Napapiiri, ritorno al selvatico - Il mio Walden (parte finale)
- nahani7
- 6 set 2025
- Tempo di lettura: 81 min


Wild Nahani
SECONDA PARTE
L’onirico e l’epistola
Era ormai trascorso molto tempo
Era ormai trascorso molto tempo di quella parte di me che avevo dedicato alla vita stabile nella foresta ed ogni cosa mi era divenuta sempre più familiare. Sentivo l’aria cristallina e limpida della primavera, quella calda e soleggiata dell’estate, quella colorata dell’autunno e quella turbinosa, gelida, imbiancata e spesso lungamente immota dell’inverno. Mi sembrava di scorgervi le nostre stagioni umane che però, vissute nello smarrirsi del tempo, si presentavano sotto altre vestigie. Conoscevo ora bene il branco di Shiro e Deeva (erano questi i nomi che detti ai due lupi dominanti), conoscevo i loro principali spostamenti, la loro tana, come conoscevo il giganteggiare ininterrotto degli “apparenti” immoti alberi. Le fredde acque dei torrenti mi dissetavano e i cristallini fiumi e gli articolati laghi allentavano la densità dell’amata foresta, mentre le amene paludi stimolavano la fantasia. Ormai ero quasi diventato un uomo della foresta, un uomo della grande taiga anche se nel mio profondo mi mancava ancora qualcosa di fondamentale per appartenervi realmente.
Gli eventi si susseguivano e sembrava che il tempo si era dilatato e si sviluppava solo verso una sostanza essenziale.
La primavera trascorsa Deeva aveva partorito ben quattro cuccioli e nelle stagioni successive apprenderanno i primi rudimenti della caccia e della vita nei boschi.
Un giorno finalmente con la dovuta calma incontrai Shiro, il maschio dominante del branco. L’osservai a lungo, mentre annusava il luogo della caccia del giorno precedente quando insieme al suo gruppo era riuscito ad abbattere un vecchio alce che malandato trascinava le sue ultime vestigia della vita. Il crepuscolo arrivava per chiunque, ma nella natura tutto appariva così netto e fluente che non sembrava esservi soluzione di continuità tra la vita e la morte. Shiro con grande attenzione si guardava spesso intorno, annusava la frescura dell’aria del nord e con un misto di curiosità e sicurezza non indugiava molto nello spostarsi tra il fitto della foresta di abeti e le piccole radure che interrompevano la continuità del bosco. Sembrava essere fiero di se stesso, della sua forza, del suo sicuro carattere, mentre io, nella piccolezza del mio spirito, mi sentivo quasi un intruso per non dire un estraneo, in quel mondo che emanava selvatichezza, prolungati silenzi ed atavismo. Gli allocchi, malgrado l’ora diurna, si annunciavano spesso riempiendo l’aria di note melanconiche e fluenti. Shiro era un lupo molto bello, robusto, di sembianze crepuscolari e mi piaceva profondamente calarmi nella sua realtà fatta di essenza e mai di apparenza. Era infatti proprio questa la cosa che più ammiravo nella natura selvaggia: l’essenza delle cose, della vita, dell’aria. Rimasi in tale vanescente stato per oltre una mezz’ora, poi, non appena Shiro si disperse nella foresta, ritornai sui miei passi spirituali che mi riconducevano, come detto, alla mia piccolezza e alla mia precarietà.
Intanto, tornato alla capanna, mi misi a preparare le esche per la pesca del giorno successivo, poiché mi sarei recato sul lago Talken per fare un po’ di provviste per l’inverno. Infatti, in quei luoghi remoti del nord, era molto importante anticipare il lungo inverno, una accurata e meticolosa preparazione che contemplava non solo la pesca, ma anche la legna da ardere per il caldo fuoco della stufa, i frutti del bosco trasformati in succose conserve e gli abbondanti funghi che seccavo direttamente nella capanna.
Un giorno, mentre in canoa mi recavo a pescare, sulla sponda opposta del lago vidi Deeva, la femmina alfa del branco che per qualche istante si era avvicinata all’acqua forse per bere o per fiutare qualche pista di caccia. L’incontro, anche se fuggevole - ne ero ormai abituato - mi appariva sempre come se fosse la prima volta e, come la prima volta, mi entusiasmava non poco. Erano giorni e momenti così intensi che in certi brevi istanti non vivevo appieno in quanto avevo il timore continuo che il tutto si potevano dissolvere improvvisamente in quanto frutto semplicemente di un bellissimo sogno. Tra l’altro, la mano vandalica dell’uomo avanzava sempre più e questo mi dava non poca ansia……..
Stavo osservando dal bordo del lago
Stavo osservando dal bordo del lago le tenui e colorate luci del crepuscolo per vedere qualche sequenza del “filmato” che la natura stava proiettando.Trascorsi una decina di minuti, presi il mio quaderno degli appunti e cominciai a leggere alcune riflessioni scritte in una dimensione surreale, in un momento di profonda irrazionalità e di generale sconforto……
“Un lago si dispiegava dinanzi alla vista del cuore. Un senso di vita albergava nell’aria, ma nel mio spirito sembrava mancare qualcosa, qualcosa di profondo che mi estraniava dal mondo circostante. Ero come un fantasma che si muoveva in una atmosfera stupenda ma per me quasi irreale ed opalescente.
Capivo che non era l’ambiente a determinare il mio profondo intimo, ma il mio spirito che ovunque vagasse portava con se qualcosa di oscuro e di incomprensibile. Sentivo tristezza, senso di non appartenere a nulla, di essere fuori dal mondo reale anche se così bello ed irripetibile.
Ero privo di vita interiore, non conoscevo più nulla, e tutto mi appariva senza senso e non vitale. Sentivo di amare la morte, ma in fondo di non volerla perché avevo un solo timore: perdere per sempre la possibilità di riuscire a calarmi nel mondo selvaggio.
Il giorno, alle prime luci dell’alba nordica, tutto continuava così. Ero vuoto, non riconoscevo la vita con la sua forza e pareva manifestarsi solo la tristezza e la melanconia. La mia mente vagava tra il nulla e il vuoto totale e nulla sembrava appagarmi. Ero troppo triste ed interiormente solo. Nessuna cosa mi scuoteva e mi dinamizzava. Era pura follia mentale di non vita!
Una piacevole passeggiata nella foresta alternata da laghi e paludi. Ma il mio spirito era altrove. Non sentivo il respiro della vita anche se l’ambiente ne diffondeva in abbondanza. Sentivo la mancanza di qualcosa di essenziale nel mio animo. Perché questa follia mentale? Forse non sapevo o forse ne ero consapevole appieno ma non volevo svelarlo a me stesso. Sentivo il respiro del mio corpo ma continuavo a respirare la non vita. Una brutta e vacua sensazione. Non vivere mentre si vive è qualcosa di allucinante e di indescrivibile.
Io probabilmente avevo dentro me il segreto di questa tristezza, di questa insanabile melanconia, ma nulla pareva scuotermi e vivificarmi. Vivevo da alieno, come se appartenessi ad un mondo non mio nel quale non riuscivo a adattarmi. Ma non parlavo di un mondo estraneo dal punto di vista esteriore, ma solo ed esclusivamente di un mondo interiore.
Vivere la vita è bellissimo, ma bisogna viverla veramente e consumarla. Non occorre morire dentro poco per volta e non sentire nulla. E’ meglio sublimarsi subito corporalmente, è meglio perire spiritualmente per annullarsi nel vuoto della vera ed inalienabile morte. Ti avevo sempre amato o vita ma purtroppo non ti vivevo ancora.
Perché non sentivo il tuo respiro o il tuo pulsante cuore? Mi mancavi. Mi mancavi molto, troppo per continuare a vivere senza viverti. Sentivo così tanto l’inespresso mondo del selvaggio.
Il giorno dopo fu una giornata funesta. Tensione, iracondia, tristezza, asprezza. Una strana luce adombrava la mia giornata. Non c’era possibilità di armonia. Solo settorialità e meschine menzogne. Il vento alimentava la mia angoscia e nulla mi allietava se non il pensiero rivolto alla possibilità di connettermi con la wildness dell’anima. Sentivo un profondo amore e un inafferrabile senso di perdita. Sapevo che potevo perdere qualcosa di bello per sempre, per l’eternità e ciò era per me funesto ed inaccettabile. Cercavo una mediazione, una sana follia, ma non trovavo altro che cenere e i resti consunti delle cose.
Non avevo la forza di reagire, di controbattere e lasciavo andare le cose così contrariamente al mio vero volere. Fu una ennesima giornata triste, densa e tetra che alla fine mi allontanò per l’ennesima volta dal mio vero io. Sentivo la follia, il senso della perdita e nulla poteva arrecarmi conforto, nulla, proprio nulla. Ma oh natura ispiratrice, dammi la forza di reagire, di ricostruire il mio essere, anche poco alla volta.
Siate felici o miei adorati lupi. Che ogni cosa vi sorrida sempre e che il malefico uomo con la sua scure vi sia lontano mille miglia. Ero felice per loro, mentre la mia vita si stava spegnendo! Non osavo pensare a loro, ma nello stesso tempo erano dentro di me. Mi faceva troppo male non poterli stringere simbolicamente tra le mie braccia perché stavano scomparendo poco per volta. Sentivo però la loro presenza occulta e ciò alleviava almeno un po’ la mia tristezza. Sentivo il loro profumo, il loro respiro e sentivo che il loro cuore, ignaro di tutto, batteva ricco di speranze. Le lacrime improvvise rigavano il mio volto, la tristezza si espandeva dentro me, ed ogni cosa si perdeva nella nullità della mia vacua esistenza. Forse questi erano i miei ultimi versi, ma una strana sensazione mi induceva a reagire e a sperare ancora. Ma ero ugualmente pessimista, non vedevo nulla intorno a me che potesse darmi la forza di reagire. Non appartenevo più a nulla, il vuoto intorno a me. Ero sempre assente, non ascoltavo nulla, e nulla sembrava poter ascoltare me. Addio giornata triste, addio mondo girevole. Io volevo tanto uscire di scena, per sempre e con certezza.
Alcuni giorni dopo la giornata ancora iniziava con un’angoscia nel cuore dopo una notte costellata da incubi e da emozioni dal profondo. Ma forse mi sembrava che la fresca aria del mattino potesse portare un po’ di conforto e di “ottimismo”. Sarà vero? Lo avrei verificato più tardi.
L’angoscia, nella sera, ebbe invece il sopravvento, perché dovetti fare ciò che mai avrei voluto. Trovarmi dinanzi ad un bivio e dover scegliere quale strada percorrere. Non era assolutamente il momento adatto e forse non lo sarebbe mai stato. Preferivo trovare alterne vicende, anche disagevoli ma sempre su un unico sentiero da percorrere. Invece, il caso della mia vita sembrava riservarmi questa grave ambascia. Che dolore nel petto, nel profondo. Amare lacrime solcavano il mio viso e gocce di sangue uscivano dal mio cuore.
L’indomani fu una giornata a fasi alterne, ma la tristezza era sempre ancora padrona di me. Una bella escursione tra i boschi non fu affatto sufficiente a sollevarmi almeno un po’.
Stavo ormai percorrendo un sentiero perché sia pure a malincuore probabilmente sembrava che lo avessi preferito ad un’altro. Quante belle cose sapevo di perdere per l’eternità. Non era certo una bella sensazione. E’ vero, probabilmente nessuna via porta a qualche parte, ma io ne soffrivo amaramente e bruciavo ardentemente nel mio profondo io. Sapevo che stavo perdendo per sempre qualcosa di “speciale”, qualcosa di irripetibile, eppure sembrava che lo stessi facendo e per di più per colpa mia. Stavo infatti perdendo l’unità con la natura, stavo perdendo per sempre lo spirito selvaggio. Ma mi rendevo conto che non avrei affatto dovuto scegliere. Che pazzia. Questa si che sarebbe stata la follia peggiore.
La luce d’intorno non mi illuminava minimamente, anzi dentro di me si incupiva sempre più.
L’angoscia era ancora la mia padrona, ma da una parte compresi un po’ il significato delle mie insofferenze. In fondo le meritavo perché nella mia vita il mio comportamento era stato troppo disarmonico con la natura e l’immagine che avevo dato ad altri esseri probabilmente non rispondeva affatto alla mia vera essenza. Non si può dalla vita prendere sempre le cose nel modo proprio e secondo le proprie necessità “domestiche”. Avevo capito che se nascono dei rapporti con il mondo e con altri esseri era necessario attivare un comportamento più universale e meno egoistico.
Un giorno feci un’altra utile riflessione. Non è possibile vivere la vita proiettandola solo nel futuro. Camminare sempre spostato in avanti. Oppure fare le cose facendo finta di dimenticarne altre. Non serviva a nulla perché ad ogni angolo sarebbero riapparse sempre le angosce e le delusioni. Quanta insanabile tristezza invece era ancora dentro di me. Quanta sfiducia! Mi sentivo come un principe che prima aveva avuto molto, un molto però fatto di fantasticherie, rapporti inespressi, continui e ricchi pensieri; poi d’improvviso il vuoto ed ecco che il principe si ritrova povero e privo delle vere cose. Ero diventato veramente povero. Avevo perso o forse stavo perdendo i miei sogni, le cose più belle, le sensazioni più forti, la mia unica verità: il lato selvatico di se stessi. Stavo solcando probabilmente il sentiero sbagliato lontano dalla wilderness della vita.
L’ambiente intorno era per me fortemente in unisono con il mio io, almeno in apparenza, ma un disagio continuo mi attanagliava e la disarmonia mi struggeva il cuore. Non riuscivo a controllarla ed a non farla appartenere al mio spirito. Non sapevo fin quando sarebbe durata la mia vita, ma in quel modo era impossibile proseguirla. Non potevo farcela. No, non potevo farcela.
Anche quella giornata era dunque cominciata nella più nera negatività!
Un giorno decisi di riflettere con più prospezione sul mio stato di essere.
Finalmente stavo forse reagendo un po’ positivamente per attraversare quel tunnel di negatività che ormai mi sembrava infinito.
La luce d’intorno mi appariva alquanto più chiara e un labile ottimismo sembrava presentarsi al mio cuore. Forse un sogno liberatore mi aveva aiutato ed in quei decisivi momenti riuscivo finalmente ad intravedere qualcosa. Si, in verità in quel giorno forse stavo riuscendo a risollevare il mio spirito. Sentivo il ritorno della verità e gli interessi per le cose, almeno in piccola parte. Sicuramente era il momento buono per cominciare a cambiare rotta e ad imboccare la via “maestra” della natura. Avrei visto le effettive conseguenze nei giorni successivi. Ero fortemente speranzoso. Un sicuro aiuto mi veniva certamente dalla tranquilla esistenza dei luoghi in cui mi muovevo anche se a tratti tutto mi pareva fortemente estraneo.
Dopo il cauto ottimismo di alcuni giorni mi tornò l’angoscia probabilmente a causa delle difficoltà non ancora superate sulla struttura del mio futuro interiore. Sentivo ancora la vita selvaggia sfuggirmi e nulla appariva chiaro e riposante. Ma non avrei dovuto tirare i remi in barca perché con un po’ di perseveranza e di pazienza forse ce l’avrei potuta fare. D’altra parte ormai era quasi normale che la sofferenza mi appartenesse e sapevo che se volevo costruire qualcosa di nuovo non avrei mai dovuto guardarmi indietro!
Un giorno giunse un momento cruciale. Mi ritrovavo di nuovo dinanzi ad un sentiero che d’improvviso cambiava rotta. E’ forse quello giusto e non è proprio questione di percorso?
Pensavo ai mie sogni del selvaggio e di leggerezza e un lupo dei boschi mi appariva dinanzi come un vanescente fantasma. Ne vedevo le sembianze, le leggiadre fattezze e perdevo a tratti la sua visione. Perché?
Le stelle cadevano nel cielo ed i miei desideri reconditi si moltiplicavano nella mente. Ascoltavo il silenzio mentre le mie sofferenti vestigie mi portavano compagnia.
Un vuoto si diffonde nell’aria e trasmigra tra le anime dell’eterno. Ne odoro la volontà e ne recepisco la libertà......
Quando la luna apparve nel cielo tardivo fu una sera delle rimembranze, la sera della mia pacata certezza. Mi stavo forse allontanando da una insensata perdizione. La luna si rifletteva sul lago filtrata da una magica opalescenza delle nebbie. Il senso di calma e di mistero si rafforzava d’improvviso anche se perdevo il mio controllo emotivo......Le stelle cadenti venivano giù a grappoli ed io per ognuna di esse esprimevo sempre lo stesso desiderio……. In quel momento ero per così dire felice, gioioso ed avrei voluto fermare il tempo, ma cosa mi tratteneva?
Poi d’improvviso compresi finalmente qualcosa: non potevo chiudermi nelle mie sofferenze interiori, vivere nella natura, amarla, ma essere lontano perché ottenebrato da chissà quali lugubri pensieri, essere sempre timoroso di tutto e continuamente succube della mia mente prigioniera di se stessa, essere sopraffatto da un’angoscia partorita dalle vanescenti minacce esistenziali, dal non saper affrontare veramente le cose, dal non coltivare e riportare alla luce il mio lato selvatico, spegnermi poco alla volta di consunzione…..ma a questo punto non posso, in verità, procedere nel discorso perché il grande dilemma rimane: affronterò veramente la realtà della wilderness della vita? Mi farò governare dalla saggezza e dal giusto coraggio? Farò stupidamente prevalere il lato domestico a quello selvatico? Non so quello che farò, o meglio so quello che dovrei fare per essere in verità, ma solo se lo realizzerò potrò vederne i meravigliosi effetti positivi. Intanto ringrazio quel misterioso e sicuramente metaforico lupo dei boschi, per le sua essenza, la sua verità e per la sua bellezza; sarò con il suo spirito, in ogni caso, per sempre unito ed irrevocabilmente inseparabile! Il mio spirito non cesserà mai di sognarlo anche se egli sarà lontano da me. Il selvaggio se lo hai perso o lo hai sfuggente lo senti sempre dentro ugualmente, in ogni caso.
Che io possa ritrovarti un giorno lupo solitario per poterti accarezzare la folta pelliccia così soffice per l’incipiente inverno, fosse pure in un’altra vita……”.
Quella mattina fu un risveglio traumatico
Quella mattina fu un risveglio traumatico. E pensare che la sera prima mi ero coricato pieno di fiducia ed ottimismo sapendo che l’indomani sarei dovuto partire per una lunga escursione.
Il risveglio fu traumatico perché la notte ebbi un sogno surreale di per sé estremamente bello e colmo di riflessioni, ma ricco di reconditi ed inspiegabili significati; queste furono infatti le prime sensazioni che percepii. Tale situazione mi portò, appunto al risveglio, ad una sorta di strana inquietudine che non mi davano, per così dire, pace.
Poiché come tutti i sogni con il trascorrere delle ore essi tendono, soprattutto nei particolari, progressivamente ad affievolirsi, decisi subito di annotarlo sul mio quaderno,“colorandolo” inevitabilmente con le trasposizioni e le licenze che permette la scrittura, aggiungendo soprattutto le sensazioni che avevo provato all’interno della vicenda, senza però stravolgerne in nessun passaggio il suo sviluppo di base. Presa la giusta concentrazione, scrissi……..
“Fu come un’improvvisa folgorazione. Un sincero e profondo sentimento nacque per una sfuggente lupa selvaggia chiamata da me “Lupa blanca”, questo per l’indissolubile legame di simbolico amore che mi unì subito a lei dopo averla incontrata in una silente foresta a nord della mia capanna. La chiamai “blanca” perché il suo mantello ero candidamente bianco e, come in ogni essere non umano, il suo cuore era privo di maschere e di menzogne. Si accese un amore speciale, direi indescrivibile e profondissimo. Forse fu la sua pura ed assoluta selvaticità, la sua continua nettezza, la sua amorevolezza, il suo elegante portamento, per tutto in blocco…. Non so. Quello che so è che in ogni caso mi appassionai perdutamente di lei. Lupa blanca era, per me, un essere unico, irripetibile che, con leggiadri balzi, svaniva tra le ombrose foreste della taiga come per ricordarmi ognora l’evanescenza delle nostre effimere quanto false “certezze”. Emetteva una sorta di attrazione sublime. Sentivo un sincero legame che mi univa alla sua profonda anima. I giorni trascorsi con il suo spirito mi rimandavano continuamente al suo essere. Arrivai a volte ad “associare” a lei molti eventi, ritrovando, nei più disparati reconditi recessi della realtà, le sue fattezze e la sua amorevolezza. Giunsi a concepire il tempo in un’altra dimensione tanto che avevo l’impressione di averla sempre conosciuta e vissuta. Ero stato con lei in indescrivibili significativi momenti e non credo di cadere nella retorica se dico i più belli in assoluto. Fu tutto molto intenso, passionevole, infinito e c’era, tra noi, una sorta di affinità elettiva. Era per me qualcosa di non definibile. Lupa blanca era sempre nel mio spirito e, grazie al suo esistere, la mia vita poteva continuare il suo piacevole decorso.
Una sera, stando vicino ad un fuoco, Lupa blanca si avvicinò, si strinse a me con il suo candido mantello e mi trasmise una sorte di energia telepatica così intensa che mi causò un fervido brivido vitale. Poi girò intorno al fuoco, mi guardò, ululò brevemente e con un agile balzo superò il tronco in cui ero seduto e velocemente se ne tornò nella sua foresta. Quel grande amore per Lupa blanca mi stava insegnando molte cose, forse le più importanti della vita e portava il mio cuore ad innalzarsi alle più alte vette dei sentimenti. Riflettei a lungo, a tratti pensavo amaramente ciò che Lupa blanca voleva anche farmi idealmente capire. La distruzione della terra, la fine delle foreste, l’alienazione dei sentimenti di amore e di comprensione. Con il suo diretto esempio e con quelle che elettivamente mi trasmetteva cominciai poco a poco a comprendere meglio e più a fondo i molti segnali di avvertimento sulla distruzione della wilderness della terra.
Lupa blanca era la sublimazione assoluta della selvatichezza allo stato puro, e mi faceva anche percepire quell’armoniosa melodia che poteva vibrare tra lo spirito dei popoli, tra lo spirito unitario tra uomo e natura. Sembrava voler riconnettere un legame brutalmente reciso dall’uomo verso l’anima della vita. Lupa blanca creò con me un feeling indissolubile anche perché vi leggevo nei suoi profondi occhi una passione di grande verità e, quando mi sembravano lucidi, li immaginavo che si commuovevano anche per me. Era praticamente nato un indefesso amore transpersonale dove Lupa blanca recitava la parte dello spirito sensoriale del femminile e io, ovviamente, quello maschile, la cui sensibilità poteva solo essere presa in dono. Era proprio così infatti: l’anima femminile consente in genere di far trasmigrare in quella maschile quel senso di buono che può regnare nell’animo dell’essere.
Una sera, stanco e affaticato, dopo una lunga giornata di cammino e di lavoro, caddi esausto accanto al fuoco che ero riuscito, a mala pena, ad accendere per cucinare qualcosa; nella successiva dormienza ebbi un turbinio di sogni molti dei quali il giorno seguente non li ricordavo affatto, ma, alcune scene in cui io e Lupa blanca correvamo liberi e leggiadri nella foresta di abeti, me le ritrovai tutte nitide e scandite nella riposata mente del mattino e fu un tutt’uno recitare, entro me stesso, mentre il mio pensiero era sempre per Lupa blanca, un bellissimo canto d’amore Inuit che conoscevo da molti anni…..“Questa notte ti ho sognata. Nel sogno camminavi sui ciottoli della riva, e io camminavo con te. Ti ho sognata, e sembrava fossi sveglio: ti inseguivo, ti desideravo, e tu eri desiderabile...... Così ti ho sognata, così eri desiderabile”.
Trascorsero molte lune e, tranne qualche pausa, mi capitava spesso di incrociare lo sguardo di Lupa blanca, anche se a tratti gli eventi della vita ci portavano lontano o ci facevano cangiare i nostri sentieri altrimenti quasi sempre congiunti. Quando ci rincontravamo dopo qualche tempo i suoi balzi di gioia e le mie lacrime di giubilo erano gli istanti più esaltanti dell’incontro; poi spesso Lupa blanca prendeva a correre sulle rive di un lago o sembrava che giocasse a nascondino tra i colonnati dei secolari abeti della foresta. Io cercavo di seguirla, di osservarla, di gioire con lei e, ogni tanto, ad essere sinceri, anche in quei momenti di positività trasaliva nel mio dentro una sorta di mancamento perché mi veniva di pensare o meglio di ricordare che Lupa blanca era una lupa selvaggia e prima o poi avrebbe anche potuto prendere una sua strada che l’avrebbe condotta verso lidi lontani dai miei. Quegli attimi di improvviso dolore mi smarrivano non poco anche se comprendevo la reale possibilità dell’evento. Mi ricordo che un giorno, mentre la pioggia con gran forza veniva giù, Lupa blanca passò vicino alla mia capanna, annusò l’aria, si volse verso me che nel frattempo mi ero precipitato sull’uscio e, come per non farlo sembrare una sorta di addio, si allontanò senza rivolgermi nessuna attenzione. Ricordo i miei momenti di panico quando la vidi svanire nella foresta …… Mi girai intorno, gridai il suo nome, corsi nel bosco e Lupa blanca non c’era più…. Tornai sconsolato nella capanna e mi raccolsi in un intrinseco dolore. Pensai che non l’avrei mai più rivista. Non so il perché, ma ebbi quella sensazione. Passarono settimane di sofferenza, di triste tristezza, di abbandono di me stesso….. poi improvvisamente una notte, era una notte stellata, la sentii ululare non lontano dalla capanna. Uscii di getto, corsi quasi senza direzione e, sotto le grandi ombre degli alberi illuminati dalla limpida luce della luna, il biancore di Lupa blanca apparve come un angelo avvolto in un simbolico mantello fosforescente. Mi corse incontro, gli corsi incontro e, quando arrivò ad un metro da me, si sollevò con le zampe posteriori e poggiò quelle anteriori sulle mie spalle. Io l’abbracciai con tutta la forza che avevo e non mi fu possibile trattenere la commozione e lunghe righe di lacrime scesero sulle guance. Fu un altro ennesimo momento di gioia che Lupa blanca mi offriva nella più totale spontaneità.
Trascorse qualche settimana, poi un giorno ciò che da tempo sommessamente pensavo prese maggior vigore dentro il mio cuore. Pensavo: Lupa blanca è un essere libero, perché la tengo legata a me che forse non possiedo più il mio lato selvatico? Non era certo un legame di forza, era un “patto” di amore ma cosa gli davo io effettivamente? Nulla. Proprio nulla. Era Lupa blanca che dava tutto a me e da parte mia mai nulla. Entrai in un tunnel di profondo sconcerto, di pacata rassegnazione e pensai che forse era meglio che io sparissi da lei per lasciarla volare sulle ali della sua libertà. Era pur vero che la mia presenza era fortemente accettata dalla lupa che a suo modo certamente mi amava, ma lei chissà se in tutto questo trovava qualche sofferenza o impedimento nel dispiegamento dei ritmi della sua esistenza? Avevo dubbi, incertezze, contorsioni esistenziali….. poi però feci scemare il tutto anche perché era sempre Lupa blanca che spontaneamente si presentava a me.
Trascorse qualche settimana e furono molti gli eventi che accaddero. Un giorno Lupa blanca aveva catturato un gallo forcello e la trovai vicino al letto del fiume mentre tenacemente ne smembrava le carni. Io mi avvicinai e lei, ma, ignorandomi del tutto, proseguì il suo da farsi. Io per contrappasso, andai a prendere la canna da pesca e, raggiunto nuovamente il fiume, in meno di un quarto d’ora, catturai una trota di un paio di chili. La cucinai proprio sulla riva del fiume, mentre Lupa blanca, posta ad una decina di metri di distanza, avendo ultimato il suo pasto, si era coricata su un fianco, ed ogni tanto mi dava una occhiata. Quando la trota fu ben cotta e parzialmente affumicata, ne lanciai un pezzo alla lupa che senza troppo entusiasmo lo mangiò con estrema calma. Probabilmente era sazia o non voleva darmi la soddisfazione di divorare con solerzia un boccone offerto da me. Ovviamente questi erano pensieri scherzosi, ma non facevano altro che contribuire ad unire sempre più il nostro legame di particolare amicizia.
Qualche giorno dopo accadde un fatto, tanto per cambiare, alquanto strano. Era mattina presto ed io ero vicino al lago ad osservare con il cannocchiale le strolaghe ed i cigni selvatici che arricchivano, con la loro amena e armoniosa presenza, le bellezze di quello specchio d’acqua, specchio d’acqua lambito in tutto il suo perimetro da una maestosa foresta fatta di pini i silvestri, abeti rossi, betulle ed ontani. Mentre era intento a quella piacevole incombenza, sopraggiunse Lupa blanca, con un andamento così felpato, tanto che non mi accorsi della sua venuta. Portava con la bocca un rametto di betulla adorno di gemme e, accostatasi a me, me lo depositò al mio fianco sinistro. Poi, allontanatasi di qualche metro per entrare nel sottobosco, raccolse una pigna di pino silvestre e fece lo stesso gesto. Quindi, rientrata nel bosco, dopo qualche minuto mi portò una pigna di abete. E fece sempre lo stesso gesto. Io tralasciai le mie osservazioni ornitologiche e, stupito per quel comportamento, chiamai a me Lupa blanca e le chiesi, ovviamente fittiziamente (non pensavo proprio che potesse comprendere il mio parlare), che cosa volesse farmi capire. Come palesavo non manifestò nessuna reazione al mio dire e si coricò tranquillamente ad un metro da me. Io meditati qualche minuto, poi mi alzai, presi i tre “reperti”, ed istintivamente andai a sotterrarli ai margini del bosco. Ovviamente la mia interpretazione fantastica fu quella che il gesto voleva simboleggiare il rinnovarsi della vita della foresta e nel contempo la salvaguardia della sua esistenza. Mi venne spontaneo chiedermi come faceva Lupa blanca a concepire qualcosa del genere, ma facilmente approdai alla conclusione che tutti quei suoi gesti rituali, forse non significavano proprio nulla, ma a me piacque pensare che invece erano un monito, un avvertimento sottile, sulla distruzione delle foreste che procedeva, nel mondo, ad una ritmo incalcolabile. Ovviamente l’immensa taiga era a pieno titolo, come le foreste tropicali, soggetta a quella incontrollata annientazione e giorno dopo giorno, immoti giganti di quell’immenso mare verde, venivano giù sotto la “scure” dei moderni buldozer taglia alberi.
Fu una sensazione spiacevole, ma purtroppo sin troppo veritiera. Il mondo selvaggio non era da tempo più presente nella mente umana e, gli immensi doni che ci offriva la natura, erano visti solo come un qualcosa di esterno da sfruttare per le più infime necessità di una società squilibrata, una società che vedeva solo ed esclusivamente il cosiddetto “sviluppo”. La mente malsana dell’uomo lo concepiva sempre assolutamente in continua crescita, altrimenti il sistema sarebbe andato in blocco.
La mia, a quel punto, fu una doppia interpretazione. La prima, quella simbolica del comportamento di Lupa blanca, frutto probabilmente della mia fantasia, la seconda, quella realistica e purtroppo inarrestabile cui tendeva con estrema solerzia il genere umano, ormai ingigantito da una incommensurabile globalizzazione. Era nata, ormai già da tempo, una società unica, ma fortemente diseguale che non risparmiava nessuna parte degli esseri umani e dell’intero pianeta terra!
Un altro piccolo evento catturò la mia attenzione. Stavo riscaldandomi la minestra della sera prima, quando sull’uscio di casa, sentii raspare la porta. Era Lupa blanca, probabilmente da tempo arrivata, ma con il mio affaccendarmi in cucina, non ne avevo scorto la presenza. Aprii la porta e, presa con me la gavetta colma di minestra fumante, mi andai a sedere sulla panca esterna, mentre Lupa blanca, dopo essersi avvicinata a me, si diresse verso il limitrofo punto fuoco dove aveva adagiato una lepre bianca, da poco catturata. Io la guardai, posai la gavetta e le dissi che ora voleva occuparsi anche del mio menù alimentare. Rimasi un po’perplesso, poi presi la lepre, la pulii come soleva farsi ed accesi il fuoco. Prima di cuocerla alla brace tagliai un bel trancio e la detti alla lupa. Non esitò un solo istante e con veemenza presa la sua meritata porzione. Io rinunciai alla mia minestra (mi sembrava uno sgarbo verso la lupa non accettare il suo pranzo) e di buon grado mangiai quel prelibato boccone che mi era stato elargito.
Un altro bellissimo esempio di fraterna amicizia profusami da Lupa blanca, mi fu offerto un giorno quando sul calar del sole ella si presentò alla mia capanna con un fare dinamico e pieno di energia. In sé non vi sarebbe nulla di strano poiché la sua forza vitale era sempre palesemente espressa nel suo globale modo di agire. Ma il mistero fu che proprio quel giorno io mi sentivo profondamente melanconico, avevo dentro di me una sensazione angosciosa senza nessuna apparente causa scatenante. Stavo giù di corda e niente più. Lupa blanca, invece, arrivò con un piglio estremamente dinamico, più dinamico del suo normale agire. Mi girò più volte intorno e, ululando in tono interrogativo, pareva chiedermi cosa stesse succedendomi. V’era praticamente in atto tra noi una vera e propria connessione telepatica. Io rimasi immoto, osservandola con un misto di curiosità e di meraviglia. La lupa si avvicinò a me, mi tirò leggermente per i pantaloni come per invitarmi a seguirla. Io interpretai quell’evento a “scoppio ritardato”, tanto che dopo quel tentativo della lupa di scuotermi dal mio torpore, ella stessa esitò sul suo proseguo, visto che da parte mia non vi era nessuna reazione. Ma poco dopo lupa blanca insistette sul suo intento di “trascinarmi” da qualche parte e, alla fine, mi feci prendere dall’evento. La seguii lungo il breve sentiero che ci conduceva al lago e li si fermò bruscamente guardando verso l’altra sponda. Una palla di fuoco illuminava la zona di un rosso purpureo, mentre d’intorno si diffondeva un’aria fresca e cristallina. Io assistetti a quei due semplici eventi: Lupa blanca che guardava il sole al tramonto e la luce che pacatamente trascolorava. Lupa blanca incominciò ad ululare, mentre il sole si andava spegnendo dietro la “grande muraglia” degli abeti. Rimasi in quel momento senza pensiero, e le mie precedenti malinconie, forse perché distratto da quei particolari accadimenti, mi si allontanarono leggermente. Poi, quando il sole tramontò e Lupa blanca cessò di ululare, un gran silenzio sovrastò la scena, ma ormai il concerto cui era stato invitato ad ascoltare stava per manifestarsi in tutte le sue forme. Un improvviso anelito di vento, scosse la stasi immota degli alberi, mentre le strolaghe nel lago emettevano i loro interrogativi e lupini guaiti. La luminosità declinante rese il paesaggio sempre più opalescente e a quel punto la lupa si girò verso di me per poi rivolgere nuovamente lo sguardo verso il lago morente di luce. Rimanemmo in tale stato per circa una mezz’ora ed io stavo avvertendo una sorta di inquietudine, quando, come se fosse un’apparizione improvvisa, si unì al concerto estatico la pienezza della luna. A quel punto le cose mi divennero chiare: Lupa blanca voleva palesarmi che la vita è strutturata con un andamento variante e multiforme e non c’è momento che il cangiarsi delle situazioni non siano ricche di forme e contrasti forti e variegati. A similitudine, anche la vita del singolo aveva questi dinamici connotati e vi era un’unico spazio cui non era consentito entrare, perché era uno spazio che non poteva esistere: era quello della rinuncia al dinamismo della vita, era quello di essere melanconici e pessimisti, era quello di vedere le cose da un solo e opinabile punto di vista. Era un monito chiaro, fattomi palese da semplici e comuni eventi che ogni giorno si manifestano, rinnovati, nella vita.
Presi respiro, guardai Lupa blanca ed ancora una volta constatai la sua particolare sensitività nel carpire i miei a volte sin troppo frequente stati di abbandono e di pacata tristezza. Capii allora che nella vita, pur se sovviene un attimo di smarrimento o di perduta gioia, essa, la gioia appunto, è sempre dietro l’angolo e ci attende con il massimo del suo splendore. Venga pure il pessimismo, la tristezza o la rassegnazione, ma, se daremo ascolto al libero dispiegarsi della vita selvaggia, la gioia e la forza positiva del vivere avrà sempre il sopravvento. In natura, termini come melanconia, tristezza, pessimismo ed altri ancora, non trovano mai alcun spazio cui manifestarsi, perché sono in profonda ed incolmabile antitesi con il dono del quotidiano esistere. La forza del singolo si prova quando deve confrontarsi con un atto di coraggio e di robustezza. Lupa blanca mi aveva insegnato che ciò che di negativo a volte subentra all’interno dell’anima, è normalissimo, ma è solo un brevissimo istante di contrasto su ciò che è la vita vera e su ciò che è l’unico percorso da seguire. Con l’animo ristorato, nel colmo della notte, rientrai nella capanna.
Insomma, come detto, tutti questi piccoli eventi, pur se non spiegabili razionalmente, mi avvicinavano elettivamente sempre più alla cara Lupa blanca e mi pareva cosa estremamente remota, forse per una sorta di rimozione froidiana, che un giorno quella amena amicizia si potesse improvvisamente interrompere. Erano troppi i segni e gli insegnamenti che la lupa mi elargiva ed io cercavo di scorgere in ciascun atteggiamento, anche piccolo che fosse, quale significato vi era celato, se significato doveva esserci.
In un’altra occasione presi a camminare lungo il bosco con la lupa che mi seguiva come un mansueto cagnolino. Mi appariva sempre così strana quella sua confidenza, tanto che una volta feci una prova. Mentre procedevamo sul bordo di una palude distanziati una trentina di metri, mi fermai e la chiamai a me; subito, con una obbedienza militaresca, mi raggiunse prontamente e si fece accarezzare come niente fosse. Un vero e proprio apparente comportamento addomesticato.
Nei meandri degli eventi un giorno arrivai alla fine a pensare che Lupa blanca non era una lupa selvatica, ma forse fuggita da qualche presunto “proprietario” che, avendola presa sin da cucciola, era ormai avvezza alla compagnia umana. Ma il suo modo di fare smascherava facilmente questo mio poco convinto pensiero. Era una abilissima cacciatrice, scompariva per settimane per riapparire improvvisamente a suo piacimento; manteneva, pur nella sua apparente docilità, un’espressione e un modo di agire che le davano tutti i connotati di essere selvaggio e, pur se mi sforzavo di descrivere il suo comportamento, nel profondo non trovavo mai i giusti attributi. Ero inevitabilmente limitato dai miei concetti di essere umano secolarmente addomesticato.
Insomma, i giorni trascorrevano alacremente ed io mi sentivo sempre entusiasta e fiero di me di avere come compagna, sia pure non costante, una lupa selvaggia. A volte infatti mi domandavo se il tutto era vero o il semplice frutto della mia “testarda” fantasia. Di tanto in tanto mi chiedevo se Lupa blanca fosse una essere solitario, come la vedevo io, o apparteneva a qualche branco che frequentava quando spesso era assente dalla mia capanna. Probabilmente, vista la sua forza e il suo carattere era una femmina alfa e a suo volere decideva, quando ne aveva le opportunità, di allontanarsi dal suo gruppo per venire da me. Non sapevo, ma ero dubbioso sulla sua totale solitudine rispetto ai suoi simili. Ma, in ogni caso, non la vidi mai insieme ad altro lupo.
Tuttavia, nel suo complesso, quel mio tangibile legame con Lupa blanca, come già detto, in certi momenti mi sembrava estremamente strano e non vi scorgevo, lo ripeto ancora, il significato della situazione soprattutto da parte del comportamento della lupa.
Passarono ancora diverse settimane ed erano almeno sei mesi che Lupa blanca veniva spesso a stare con me. Ma con il tempo che trascorreva, pur se mi sentivo adagiato sugli allori, ricaddi nuovamente in quella crisi, forse ingiustificata, ma che in ogni caso pervadeva tutto il mio essere. Era veramente cosa buona che Lupa blanca stesse tutto quel tempo insieme alla mia mediocre domestichezza? I dubbi mi si concretizzavano sempre più pur non notando nulla di strano nel comportamento dell’amata lupa. Ma, dopo una sua assenza di cinque giorni, quando ella tornò mi trovò, in uno stato mentale fortemente assente, seduto sulla panca che contornava il punto fuoco. Lupa blanca, come era suo solito, mi girò intorno, emise un piccolo guaito seguito da un breve cenno ululante, come per dirmi di “svegliarmi” ed io, in quella circostanza, le dimostrai una sorta di freddezza, pur se il termine era un po’esagerato. Poi, forse colto da un profondo senso di colpa, non so, la guardai con l’intenzione di scacciarla violentemente, ma mi frenai, perché il mio spirito non se la sentiva di allontanarla…... Ma qualche tempo dopo, d’improvviso, in un giorno di primavera, allo sciogliersi delle ultime nevi, mentre Lupa blanca dopo un’assenza di due giorni veniva verso di me, in una specie di trans, le gridai contro, la intimorii, le brandii un bastone e le continuai ad urlare all’eccesso. La lupa ovviamente con meraviglia si spaventò non poco e, pur con un trotto non eccessivamente sostenuto, si allontanò, prendendo la direzione della foresta…… Il giorno successivo della lupa non v’era traccia ed allora approfittai per riempire la mia sacca da viaggio con l’intenzione di approdare, temporaneamente, in un luogo estremamente remoto dove Lupa blanca non poteva raggiungermi………. Il tempo avrebbe fatto il resto…...!”
Così si dissolse il sogno e questo è quanto annotai su di esso. Tuttavia, il giorno successivo, volli riassumere, sempre sul quaderno, gli accadimenti della giornata precedente con alcune riflessioni aggiuntive: “A quel punto mi destai di soprassalto e, come detto, rimasi particolarmente colpito da quella storia fantastica. Dopo averla trascritta mi soffermai, leggendola più volte, a riflettere per quale motivo quel sogno mi aveva così fortemente turbato, tanto da volergli trovare o forse meglio vedere, nel suo sviluppo, un qualche significato, ammettendo che i sogni ne abbiano qualcuno.
Fu nel tardo pomeriggio che, pensiero sopra pensiero, giunsi alla conclusione che a mio avviso la parte più strana che non vedevo collimare con la mia indole, era la conclusione del sogno, il suo svanire durante un atto inconcepibile, cioè il mio volontario e deciso allontanamento da quella lupa il che era in nettissimo contrasto con la mia vita reale poiché, come più volte espresso, per i lupi e per la vita selvaggia avevo sin dalla tenera età un fortissimo legame sia simbolico che tangibile con mano. In altri termini vi era fors’anche un’esagerata affinità elettiva con questa imperscrutabile specie, ma io nel sogno, nel quale ebbi la grande fortuna di essere “amico” con una lupa, volli volontariamente allontanarmi da lei in forma netta e decisa. Non capivo il senso e mi prese una sorta di autopersecuzione per carpire cosa potesse significare quel mio gesto così forte.
Ma vi era anche un altro elemento non affatto secondario, fattomi percepire nel sogno da Lupa blanca, che mi turbò non poco; fu la consapevolezza del declino della vita selvatica, delle primigenee foreste e della natura nel suo complesso. Allontanando Lupa blanca mi sembrava che tentassi di ignorare anche quella realissima consapevolezza. Mi pareva infatti che Lupa blanca mi avesse fatto comprendere che…… i lupi selvaggi vanno via. Lo spirito del selvaggio va via. Il respiro del selvaggio va via. Foreste silenti e senza fine vanno via. Ogni cosa, libera e selvaggia sta andando via. Il tempo scorre e il selvaggio va via. La luce che illumina il selvaggio trascolora. Tutto ciò che fluisce senza tempo sta andando via. Forse lo stesso ricordo del selvaggio sta andando via. Stiamo perdendo la nostra vera essenza. Stiamo migrando nel vuoto della vita e stiamo, poco a poco, sommessamente spegnendoci. Siamo sempre più poveri della verità del selvaggio, siamo sempre più poveri della stessa vita, siamo ancor più poveri dell’ululato del lupo. Una lontana e flebile melodia vuole cantarci il mondo della wilderness, ma ci sta suonando note di infinita tristezza, perché ci siamo ritratti dinanzi all’assolutezza del selvaggio. Canta pure o melodia e sveglia l’anima assopita del nostro spirito che ormai non contempla più il mondo della natura. Addio lupo fiero e gentile, addio lupo fiero ed indomito, addio luci selvagge dello spirito che, nel dissolversi, portano il nostro cuore verso l’oscurità più tetra e, melanconicamente, verso una strada senza uscita e senza più anima né speranza. Le foreste ci osservano attonite mentre perlustriamo vanamente un mondo che è sempre meno selvaggio, scevro dalla verità dell’ululato del lupo. Io grido con forza contro tutto questo, perché so che perdendo il selvaggio, perdendo l’ultima frontiera della natura vuol anche dire perdere la vita e lasciarsi dietro alle spalle un mondo fatto di bellezze infinite e di silenti foreste. No, io non lo accetto! Il selvaggio deve tornare e, se potrà accadere, dovremo a quel punto riacquistarlo e riviverlo in tutto il suo splendore. Ma ora, dinanzi a questo baratro, sull’ululato del lupo potremo riflettere a lungo e scrivere tante parole e fors’anche diremo tante cose, ma la nostra retorica non ci porterà mai all’essenziale! E’ questo è proprio quello che ci manca: l’essenziale ed allora ci ritroviamo improvvisamente soli. Una solitudine che abbiamo voluto, fortemente voluto perché non abbiamo ormai più l’udito per ascoltare l’ululato del lupo. L’ululato del selvaggio……!”.
Comunque passò del tempo ed i miei impegni quotidiano mi distolsero, per un certo periodo, da quell’evento, anche perché con il passare dei giorni associai sempre più gli avvenimenti di quel sogno come qualcosa di casuale e poco per volta feci scemare quella iniziale tensione emotiva all’interno di una semplice suggestione onirica.
Ma esattamente due mesi dopo accadde ancora qualcosa di strano. Fu ancora un sogno, ma questa volta indecifrabile tanto che la mattina, appena dopo il risveglio, non ricordavo quasi nulla tranne delle vanescenti sembianze di un essere non definito, sfuggente e di colore bianco. Il fatto non mi turbò li per lì, ma con il passare delle ore quel colore bianco mi portò, forse facendo viaggiare la fantasia, all’immagine di Lupa blanca, la candida e leggiadra Lupa blanca. Forse l’associazione in quel momento fu forzata, ma ciò che accadde quattro giorni dopo sembrò confermare quella mia apparente fantasticheria.
Mi trovavo per caso in un’ampia zona aperta dove la tundra si sostituiva alla grande foresta. Mentre percorrevo il filo di cresta di una collina, vidi in lontananza il movimento di un qualcosa. Inquadrai subito la zona con il mio binocolo e, pur ponendo molta attenzione alla fase osservativa, non scorsi nulla. Ripreso però il cammino, sempre con l’occhio rivolto nella direzione del presunto avvistamento, vidi, questa volta con certezza, il correre di un mammifero che, inquadrato subito con il binocolo, risultò essere un bellissimo esemplare solitario di lupo. Ma quello che causò una mia incontrollata emozione fu che quel lupo era di colore bianco! Non sarebbe stato nulla di strano perché nella tundra non è così rara la presenza di lupi dal mantello chiaro, ma l’associazione inconscia e poi palese con il mio sogno mi portò immediatamente a Lupa blanca. Dopo qualche minuto di instabilità psicologica, il lupo scomparve dal mio binocolo, poiché una depressione non permetteva più l’osservazione diretta. Tuttavia, la mia fantasia incominciò a galoppare e, con una certezza da bambino, disse a me stesso che sicuramente si trattava di Lupa blanca.
Rimasi nella zona per un paio d’ore dirigendomi verso la depressione valliva dove era transitato poco prima il lupo, ma non vi era più alcuna traccia tanto che lentamente ritornai sui miei passi per recarmi al mio campo base dove avevo istallato una tenda.
Accesi un bel fuoco e rimasi in meditazione. La lucidità che sovvenne quasi subito mi fece ovviamente escludere qualsiasi associazione tra quel lupo osservato e gli eventi dei miei sogni, tanto che per un momento ridicolizzai me stesso.
Si fece sera e, dopo un frugale pasto, entrato in un caldo sacco a pelo mi coricai per dormire. Impiegai più di un’ora per prendere sonno, ma fu una notte agitata, una sorta di dormiveglia, tanto che la mattina mi sentii più stanco della sera. Ma in quel mio dormiveglia c’era stata la presenza, nella mia fantasia o nei momenti di sonno, non so, di Lupa blanca. Questa volta però non riuscivo ad avvicinarla e appariva sfuggente e quasi fantasmagorica. Era probabilmente solo una sublimazione di Lupa blanca e nulla di tangibile. Altri particolari non li ricordavo affatto. Ma il dubbio più grosso fu, come accennato, se quelle opalescenti immagini erano nei momenti di sonno o nella mia leggera dormienza, cioè frutto di una specie di “allucinazione” o di fantasia notturna cui avevo palesato quella mia tanto ricercata lupa. Il dubbio mi rimase, ma nuovamente si riaccese in me le rimembranza del primo sogno, fatto mesi prima in cui, come ho ampiamente descritto, mi allontanai volontariamente ed inspiegabilmente da Lupa blanca. Di nuovo, quello che poco per volta si era affievolito, ora era di nuovo presente nella mia mente e non mi dava né pacatezza, né serenità. Dovevo ad ogni costo interpretare, nel giusto significato, il mio rifiuto di un rapporto di amicizia con un essere selvaggio, una simbologia, il selvaggio appunto, cui la mia persona e il mio spirito inseguiva da anni!
I giorni seguenti, tornato alla mia solitaria abitazione, il pensiero di trovare una risposta non si placava e solo i consueti impegni di lavoro quotidiano riuscivano a distrarmi almeno un po’. Tutto mi sembrava strano, anche la stessa probabile esagerazione che stavo facendo su un semplice sogno, sogno che come molti altri, non hanno spesso una linearità e uno sviluppo che possa collimare con la logica razionale. Quindi, a tratti, mi allontanavo dall’evento, mentre in certi momenti ne ero fortemente attirato.
Sotto la nevicata
Sotto la nevicata il giovane Orso bruno seguiva la traccia di sentiero che costeggiava un corso d’acqua. Girovagò sulla sponda del fiume, ovunque insuperabile; provò alcune volte a scendere in acqua ma la corrente forte e l'acqua alta lo facevano desistere ogni volta.
L'Orso lasciò infine la riva e prese a salire un piccolo crinale nella limitrofa foresta, rinunciando a guadare il fiume.
L'alba arrivò lentamente; si fece giorno a mano a mano che il cielo si illuminava del sempre più fioco nordico sole. Infatti, i suoi raggi non erano caldi, la latitudine era troppo elevata. Il freddo era già intenso, e le pozze d'acqua erano ormai completamente ghiacciate; solo brevi tratti delle sorgenti dove l’acqua scorreva rapida, il gelo attendeva ancora, ma era solo questione di giorni.
L'Orso bruno si avvicinò alle sorgenti del Variokj e bevve lentamente, ma ciò che lo aveva attirato là più che la sete era l'odore che emanava un tronco di pino silvestre che emergeva quasi dalla polla d'acqua, martoriato da graffi antichi che generazioni di orsi avevano segnato con i loro forti unghioni ed intriso di peli che la resina tratteneva con tenacia; il suo fiuto gli disse che altri orsi erano stati alla fonte in quel periodo, approssimandosi alle tane d'inverno. Anche l'Orso bruno dopo aver annusato il pino gli si strofinò contro coi fianchi e con la schiena e ferì la corteccia con le unghie e coi denti.
L'Orso bruno entrò nella foresta tra le latifoglie ormai spoglie delle loro verdi fronde. Seguì un sentiero tra una vegetazione boschiva ricca di rami morti e tronchi d'albero schiantati dai carichi di neve e dal vento degli inverni precedenti, e si perse nel folto del bosco.
Il tardo autunno lo trascorse in quella amena estensione arborea. Si mosse spesso per raggiungere le numerose radure, alcune paludose; mangiò le bacche dei sorbi degli uccellatori, soprattutto di quelli più giovani cui arrivava alzandosi in piedi e poggiandosi sui tronchi. Pur se non li vide, in quella grande estensione boschiva, vi erano altri orsi compresa una femmina con tre cuccioli. Si allontanò da quel luogo quando il freddo si fece più pungente e quando una notte la neve venne ad imbiancare ogni angolo possibile; prese la via di un ben marcato sentiero che pian piano lo conducesse su aperte radure in cima ad una collina, poi tornò sui suoi passi e, nuovamente nel bosco, si saziò mangiando le bacche dei mirtilli rossi, sempre abbondanti.
Alcuni giorni dopo l'Orso bruno discese nella valle di Karden, lasciando le sue inconfondibile orme nel sottile strato di neve fresca che in alcuni punti era maggiore perché ammassata dal vento.
Nelle radure gli epilobi erano ormai steli secchi e rigidi e ogni altro tipo di vegetazione cespugliosa non era altro che un intrico di rami senza foglie.
Da tempo, dopo lo splendore della ruska le foglie delle betulle erano cadute al suolo a colorare il morbido strato della lettiera fatta di soffici muschi, rododentri, eriche e licheni.
Il freddo era oramai intenso e la neve caduta durante le ultime perturbazioni dell'autunno non se ne sarebbe più andata sino alla primavera successiva. Ormai le giornate erano sempre più corte ed il sole era già giù alle quattro del pomeriggio, mentre la mattina per vederlo dietro la grande muraglia della taiga, occorreva attendere almeno le nove.
L'Orso bruno stava attraversando la fitta e primigenia foresta della grande taiga diretto a delle zone aperte dove tra la neve poteva ancora saziarsi dei succulenti mirtilli; ogni tanto l'animale si fermò curioso ad annusare l'aria, come a trovare spiegazione a quel repentino cangiarsi del tempo, poi proseguì tra gli alberi attratto solo dal desiderio del cibo.
L'Orso bruno apparve improvviso sulla radura come un'ombra e scese in una piccola valle costellata di sassi che affioravano dalla neve; un sorbo degli uccellatori cresceva lì, contorto, e l'Orso bruno andò a rovistare tra la neve ai piedi dell'albero cercando i frutti fatti cadere a terra dagli uccelli.
La notte, ormai sempre più dominante, presagiva più di ogni altra cosa l’incipienza dell’inverno.
Stavo attraversando un brutto periodo
Stavo attraversando un brutto periodo esistenziale. Il fatto non era collegato con il sogno di Lupa blanca, ma era semplicemente il frutto di periodici miei malesseri esistenziali che in certi momenti si acuivano fortemente e prendevano il sopravvento su di me annullando qualsiasi pace interiore. In quei giorni le cose, che purtroppo mi attanagliavano sempre più, erano gli stati fortemente melanconici, depressivi, psicotici, ansiosi, fobici, allucinogeni; il tutto con un fondo incontenibile di tristezza. Vedevo improvvisamente la vita dilatata, in salita, opalescente, annullata e, fisicamente, avevo evidenti ripercussioni: stato di atarassia o astenia, pressione sanguinea estremamente bassa, difficoltà nel compiere anche i gesti più semplici, ecc. In molti momenti avevo la sensazione di non riuscire a vivere, anzi vedevo la vita dinanzi a me con un termine che sentivo di anticipare. Non sapevo, ma non ero sicuro, se la mia vita aveva qualche valore tanto da dover sopportare, in quei per fortuna brevi momenti, una sofferenza quotidiana quasi indicibile. Avevo sempre la forte tentazione di voler scendere, ma cercavo di tenere duro, finché la corda avrebbe tenuto! Il mio cuore pulsava, il sangue scorreva nelle vene, la mente divagava e forse, pur nella mia malinconia, sarei vissuto cento anni o forse avrei concluso l’esistenza l’indomani stesso, non sapevo.
“Dare un senso alla vita può condurre a follia
ma una vita senza senso è la tortura dell’inquietudine e del vano desiderio –
è una barca che anela al mare eppure lo teme”.
Così scriveva E. L. Masters, ed io mi riflettevo anche sull’inizio di quella profonda poesia quando diceva “…. una barca con vele ammainate, in un porto”. E si, per me più che il senso della vita in fondo erano le mie vele ammainate, perché la mia mente, sempre sognante e proiettata in avanti, per i suoi insanabili malesseri mentali e la sua autoprigionia, faceva si che qualora la barca avesse issato le sue vele per prendere il largo, sarebbe naufragata subito dopo. Avevo un totale distacco dalla realtà pur vivendo in un ambiente che per me era estremamente ottimale, pacato, isolato, lontano da tutto….. Ripetevo in quei momenti una semplice frase che riassumeva bene la mia esistenza. “Io sono un naufrago che rema senza sosta nel mezzo del mare con la speranza di approdare in qualche lido, non sapendo che non c’è più terra”.
E in queste circostanze l’unico mio pensiero positivo ed in fondo risolutivo era quello rivolto al caro ricordo di Lupa blanca, un’essere che, pur se nella fantasia, solo pochi fortunati al mondo potevano permettersi di avere in amicizia.
Molte cose che sentivo su di lei, le avevo già trascritte subito dopo il sogno, ma, in quei momenti, mi era mentalmente necessario ripetere, sia pure con le dovute variazioni, ciò che gratuitamente mi aveva donato Lupa blanca e che avevo annotato. Ricordavo ancora quella sera, nel sogno, quando mi risollevò da un profondo stato di atarassia e di malessere esistenziale. La sua bellezza era indescrivibile, ma quella principale stava nel suo animo, un animo gentile e profondissimo che aveva la capacità di comprendere e percepire le cose essenziali dell’umano esistere e portava con sé una amorevole senso di forza ed ottimismo, tanto forte da trasmetterlo a chi ne entrava nella sua conoscenza. Non che non avesse probabilmente momenti di sofferenza interiore, era pur sempre un essere vivente, ma aveva qualcosa di non descrivibile che la rendevano al di sopra delle parti. Riusciva, spontaneamente, ad andare sempre un po’ più in là dove gli altri si fermavano molto prima. Quando mi apparve nel sogno, come dissi, mi sembrò subito di averla sempre conosciuta, anche perché in forma istantanea si instaurò una forte, vera ed unica amicizia. Era la sua indole eccezionalmente penetrante che gli consentiva un sì grande atto di fraternità e di solidarietà.
Divenne subito per me un essere al di sopra di ogni cosa, per la sua spontanea amorevolezza e per la sua indomita grandezza di spirito, tanto che dentro me stesso provavo verso di lei qualcosa che le parole non potrebbero esprimere, perché, ciò che pervade la parte interiore di un essere, tante volte è così elevato che non può essere tradotto nell’umano dire.
Ecco, dunque, che Lupa blanca divenne per me anche nella vita reale un conforto esistenziale e questo rendeva ancora più oscura la mia scelta, nel sogno, di fuggire da lei…..
In fondo, per fare un paragone, era come scacciare, nel rapporto tra due esseri umani, la persona che si ama profondamente, di un amore per di più perfettamente corrisposto.
Perché rinunciai al selvaggio
Perché rinunciai al selvaggio in quel bellissimo e nel contempo conturbante sogno? Perché mi sembrava che rifiutavo l’evidenza della fine della terra fattami comprendere da Lupa blanca? Perché volevo ritrovare dinanzi ai miei occhi fantasticanti Lupa blanca e riabbracciarla con il massimo dell’amore e dell’unione? Perché continuavo ad essere schiavo e prigioniero di una semplice manifestazione onirica che, come ho detto, poteva non significare nulla? Infatti ripetevo sempre a me stesso che non era null’altro che un sogno, ma alla fine percepivo nel più profondo che un significato pratico l’avesse. Forse la mia mente voleva rimuoverlo, annullarlo, ma in realtà a prevalere era sempre la ricerca sopra qualunque proposito, conscio ed inconscio!
Quel sogno aveva una palese e dominante struttura surreale, ma era anche ricco di eventi pratici, eventi che vissi nel sogno medesimo e, l’indomani, con il senno del poi, riuscii infatti a trascriverne non solo lo sviluppo, ma anche le innumerevoli consapevolezze pratiche, le riflessioni e gli approdi a lidi concreti. Ebbi a tratti la sensazione che avevo vissuto un sogno all’interno di un sogno. La surrealtà nel descrivere gli avvenimenti, ha la forza e la piena libertà di poter dar mano libera a sensazioni o a fatti concreti senza il vincolo della logica e della limitante razionalità. Nella maggior parte degli eventi della vita, avvalendosi solo del ragionamento cosciente, probabilmente non si riesce ad andare un po’oltre il limite delle categorie mentali a cui siamo fortemente incatenati. L’elemento surreale fu sempre un mio cavallo di battaglia anche in miei scritti precedenti, perché, ripeto, consentivano di esprimere il massimo della realtà con il massimo della libertà. Così accadde con il sogno di Lupa blanca, ed ora, anche se non ne comprendevo il mio “rifiuto” della parte conclusiva, mi aveva, in ogni caso, donato una vasta gamma di possibilità per carpire appieno altre cose, cose cui forse con la ragione in mano, non sarei mai arrivato.
Tuttavia, per un lungo periodo, quando la sera mi coricavo per dormire, speravo sempre di sognare il proseguo di quella storia e che avesse ovviamente avuto un ben altro decorso conclusivo. Ma ciò non avvenne più e, pur se con il trascorrere del tempo, per lunghi periodi non pensavo più a Lupa blanca, ogni tanto, soprattutto nei giorni di malinconia e di tristezza, come ho ampiamente descritto, il mio pensiero correva subito da lei e il suo simbolico aiuto, all’interno della mia fantasia e nelle rimembranze del sogno stesso, risultò essere sempre un soccorso risolutivo.
Un giorno, però, mi sovvenne l’idea di riscrivere la storia di quel sogno e di dargli uno sviluppo ed un fine confacente con il mio essere e con le mie sensazioni. Ma anche quel nuovo proposito naufragò subito, scrissi una sola pagina e la gettai via, perché, pensai, se gli davo una interpretazione completamente manipolata dalla stato cosciente, razionale, sarebbe stata nel suo complesso sicuramente confacente ed appagante con me stesso, ma non avrebbe mai rivelato il vero significato del “monito” datomi dal sogno di Lupa blanca.
Preferii in conclusione di non pensare più a nulla e a lasciare sepolto nel mio inconscio quello che cercavo palesare.
E fu così che alla fine rimase tutto praticamente incompiuto, sperando che lo sviluppo della mia vita mi conducesse, nel suo decorso, a comprendere veramente, senza fallanze e forse senza averne coscienza, ciò che si celava dietro la leggiadra favola di Lupa blanca. “Amica mia, ora non posso credere che per causa mia il tempo per noi sia finito, no, perché non posso sopravvivere alla tua perdita. La mia anima ne muore……….. Ma se tu devi andare.... anche io svanirò nel nulla.
E ti ricordo che ogni fiore selvaggio, anche se appassisce in fretta, prima di morire dona al vento infiniti semi...”.
Un giorno decisi di inoltrarmi
Un giorno decisi di inoltrarmi per un paio di settimane, un po’ anche per stemperare quel mio fissismo sulle verità oscure del sogno di Lupa blanca, nell’ombrosa e silente taiga, percorrendo qualche decina di chilometri e bivaccando la sera accanto ad un confortevole fuoco; volevo captare ancor più le sensazioni che la solitudine traduce in multiformi e pacate riflessioni. Il risultato interiore fu ottimale, perché potei soffermare la mia mente, nella calma e nella rilassatezza, su molte speculazioni significative. Il taccuino degli appunti che portai con me si riempì così fittamente in sì breve tempo che dovetti annotare alcuni schemi riflessivi anche sulla copertina e sul retro........
Quando feci ritorno, a dire il vero un po’esausto, alla mia semplice dimora, ero fortemente preso ad elaborare i miei appunti, ma trovai una sorpresa che mai avrei potuto immaginare: la cassetta della posta era completamente aperta e all’interno non vi era più nulla. Lì per lì non mi soffermai molto su quel fatto, in quanto fui preso da una sorta di preoccupazione su chi era stato nella mia dimora e per quale motivo. Infatti, subito mi precipitai in casa, ma non trovai nessun segno di presenza, né le porte presentavano forzature o maldestri tentativi di irruzione. Ogni cosa era al suo posto ed ebbi, per un istante, la parvenza che una specie di “fantasma” o di spirito etereo potesse essere stato nella zona. Tornai fuori e non vidi traccia di nulla. Mi chiedevo chi mai poteva essere ad aggirarsi in quel remoto posto ed essere per di più interessato solo alla mia corrispondenza. Rimase un mistero, ma per alcune notti non feci sonni tranquilli.
Passarono alcune settimane e la mia mente di tanto in tanto tornava sul mistero di quella visita, ma alla fine non mi preoccupai più, altrimenti, con la mia totale solitudine, sarei impazzito di paura o di dubbi.
Era trascorso più di un mese da quel misterioso fatto, anche se alla fine pensai che qualche viandante poteva pur essere passato e, non essendo un ladro o un malintenzionato, non pensò di prendere nulla ad eccezione, e questo mi suonava sempre strano, delle mie “schizofreniche” lettere.
Un nuovo autunno
Un nuovo autunno era alle porte e, prima di dovermi preparare per un altro duro inverno, decisi di compiere nuovamente una escursione di più giorni, questa volta però solo di una settimana o poco più. L’aria autunnale che già cominciava a farsi sentire, era un’ottima ispiratrice alle riflessioni ed agli ascolti. Così una mattina, poco dopo l’alba, presi il cammino verso settentrione. In fondo il mio andare era sicuramente un fatto materiale, ma la mia mente era sempre libera e soprattutto pronta a vagare nella fantasia e spesso nelle illusioni all’interno di un proprio inestricabile mondo: un mondo a modo mio! Mi immaginavo sempre che tutta la natura fosse dinamicamente intatta, dove: “In ogni luogo ci vorrebbe un posto, così, lasciato incolto”. Poi il mio mondo era fatto di “foreste lontane, laghi blu, colline verdi e cieli puri dove gli animali vagavano liberi e gli uomini conoscevano ancora l’armonia del tutto”. Il mio mondo era sereno, appartato, solitario e lo scontro, che sino a prima di questo viaggio di ascolto avveniva dinanzi alla cruda realtà della civiltà, mi conduceva sempre ad uno sconforto ed ad una sempre maggiore necessità a chiudermi in me stesso. Una specie di autismo vero e proprio. Comunque, avevo sempre i giusti “personaggi” che, nel mio immaginario, mi proteggevano e mi elargivano i più saggi consigli e le pratiche cui seguire. In tal modo avevo qualche possibilità di sopravvivere, di difendermi, altrimenti mi sarei completamente perso tra le vie oggettive “dell’altro mondo”.
Vagai dunque per una settimana, tra le bellezze di quei luoghi e le fantasticherie della mia mente. Poi tornai alla capanna. Rientrato mi coricai sul pagliericcio e rimasi immoto per un paio di ore, quando mi sovvenne la preoccupazione se ancora una volta v’era stata qualche nuova misteriosa visita. Ma nulla era mutato e fuori, guardando nella cassetta della corrispondenza, ovviamente non c’era più nulla; poi, con una certa superficialità, posai lo sguardo in quella della posta in “entrata”, l’aprii meccanicamente e a quel punto la mia “crisi” fu totale. All’interno di essa v’era un rotolo di carta ben serrato e raccolto da un fiocco rosso!!! Credo che trascorse meno di un quarto di secondo ed io avevo già tra le mie mani quel misterioso plico. Mi precipitai nella capanna, sciolsi il fiocco e subito mi accorsi che il tutto era composto, più o meno, da una decina di pagine. Erano scritte con inchiostro nero e con una calligrafia estremamente chiara e curata. Il cuore mi batteva nel petto e al momento non osai leggere nulla. Uscii dalla capanna e mi guardai accuratamente intorno, ma “ovviamente” non vidi nulla. Presi respiro, cercai di contenere il mio sconforto, poi raccolsi la mia mente e con poco coraggio rientrai nella capanna. Avrei dovuto leggere quel plico. Fui ancora indeciso, poi dissi a me stesso che alla fine ogni fantasia può essere anche realtà. Mi accomodai sul tavolo della cucina e presi a leggere.
Come prima cosa notai che non vi era intestazione ed era scritto in prima persona come se l’avessi elaborato da me medesimo, ma non volli andare con l’occhio all’ultima pagina per leggere la firma, ammesso che vi fosse stata. Sorseggiai un po’ d’acqua e mi lasciai andare.........
“Mi trovo solo nella capanna. La neve cade copiosamente ed ogni cosa pare sublimarsi nella bellezza della materia e dello spirito. Sto scegliendo una vita diversa, ma devo impegnarmi a vivere e a respirare il nuovo. Non devo avere timore di cambiare e di unirmi al tutto. Devo trasfigurare me stesso in me stesso. Devo camminare nella notte, volare nella mente ed assaporare il significato recondito della verità naturale. Mi trovo solo nella capanna e devo attingere l’acqua dal pozzo e riscaldarmi con la legna che ho raccolto....... E’ proprio vero. E’ difficile ritornare semplici, è veramente difficile farlo e soprattutto sentirlo dentro. Mi inebrio delle luci interiori e trasfiguro nell’infinito, ma respiro a fondo e mi alimento con il mio nuovo pensiero. Sento a tratti la verità celata che poco a poco torna alla luce. La luce, una parola bellissima che si contrappone alle tenebre, non quelle della notte, ma quelle dello spirito quando è impegnato a ricercare l’effimero e il vacuo. La luce mi riporta alla vita, fors’anche unita alla morte stessa, ma la verità poco alla volta mi penetra nella solitudine e nella smarrita via. Mi trovo solo nella capanna. Il vento porta con sé turbini di neve, gelide sensazioni, ma trasferisce anche nell’aria il richiamo del selvaggio e limpide visioni che il frusciare delle fronde degli alberi amplifica teatralmente. Mi chiudo nel mio io, cerco di guardarmi dal mio interno e vedo i miei errori, le mie indecisioni, le mia fugacità e mi spingo oltre, oltre il mio limite e, con sorpresa, comincio ad intravedere la riva giusta dove ogni cosa è come deve essere e come sempre sarà. Caro lupo solingo, torna nella mia mente, aiutami ad aprimi al mondo selvaggio affinché possa ritrovarvi il carico di verità e di bellezza. Grazie spiriti dei boschi. La vostra voce annuncia la libertà, annuncia la giusta via ed io, in balia della vera vita, trasmigro lentamente verso l’assoluto, un assoluto che in forma opalescente ricordo che un tempo lontano era in me, in ogni essere umano poi...... la ‘magica’ parola civilizzazione ce lo ha portato via ed io mi sono stancato, è vero, mi sono stancato. Riconosco tutti i miei errori, uno ad uno e difficilmente cerco di trovarvi in mezzo qualche atto di saggezza. Poi d’improvviso ne trovo uno: la consapevolezza, l’essere consapevole di qualcosa. E’ un grande possesso, perché è il primo passo verso la giusta via. Ma a questo punto non devo più tornare indietro. E’ troppo bello per perderla di nuovo. Non me lo posso permettere. Perdonatemi tutti se un giorno lo potete. Mi sento meschino ed effimero, ma ho cominciato ad essere ora veramente consapevole ed ora non posso far altro che andare avanti per un illuminante ed onnipresente percorso. Sento ululare i lupi. Finalmente lo comprendo nel modo giusto ed indiscusso. Ma soprattutto ora lo vivo veramente. Esco dalla capanna e mi unisco a quel penetrante suono perché nel mio cuore finalmente sento che posso ricominciare, ricominciare davvero”.
A quel punto la lettera aveva una linea tratteggiata come se si fosse concluso un capitolo e si andasse a quello successivo. Continuai a leggere......
“Nel pieno dell’inverno nordico mi trovo raccolto nella capanna circondato dall’infinita taiga che nell’apparente sonno ti dona la vita e il ‘respiro’ del sangue. Torna in me continuamente la sensazione della libera libertà, con il vigile sguardo metaforico del lupo selvaggio. Non comprendo più il peso delle falsità e delle maschere, sento la verità affiorare dalla mia pelle e nulla, proprio nulla può distrarmi da tale stato d’animo. Essere nella natura selvaggia significa essere sempre se stessi, messi a nudo con le proprie debolezze e con tutti i limiti che ogni esistente porta nel proprio fardello della vita. Ogni azione delle membra e dello spirito sono essenziali, ed ascoltare, saper ascoltare il silenzio e la solitudine è ormai una cosa da apprendere e non più da constatare. Nulla può toglierci il desiderio di respirare il vero, e nessuna cosa può impedirci di svincolarci dalle inutili catene che ci siamo progressivamente imposti. Ma dobbiamo voler farlo.
Ascoltare il silenzio, l’immoto silenzio che dona la riflessione, la calma e la vera serenità. L’alienazione di un uomo solo tra le mura della civiltà è forte e lo conduce pian piano verso la sua rovina e la sua perdizione. Si estingue da sé, si toglie il respiro da sé e non c’è cosa che lo possa svegliare dal profondo sonno del proprio spirito. Io ho imparato ad ascoltare, ormai molto bene, la calma e la voce della mia parte interiore che alla fine si compenetra perfettamente con il grande respiro dell’essenza della vita selvaggia.
Ero prigioniero e schiavo dell’angoscia e dell’ansia, e non ero affatto padrone di me stesso. Ero una sorta di burattino i cui fili erano mossi dalla brama della vita apparente, e non conoscevo più i segreti delle mie verità nascoste.
Mi sono recato, per farlo, ai margini del vorace grande cerchio della civiltà, che tutto assembla uniformemente e riduce ogni cosa simile ad una “macchina” che produce, guadagna e, soprattutto, consuma. Uscirne sostanzialmente fuori, o almeno porsi ai margini vuol dire aver compreso che dentro ogni vita pulsa qualcos’altro che non sia denaro, potere ed effimere chimere. La piccola e semplice socialità potrebbe condurre ad un rapporto multiforme, armonico e sapiente, ma la grande, globale e insensata socialità, o meglio ‘asocialità’, trasforma le cose difformemente anche se in apparenza le accomuna e conduce, direi, repentinamente verso l’abisso e la fine del saper ascoltare il ‘silenzio’.
L’interiore visione della vita non sembra più appartenere all’uomo contemporaneo, e vengono alla luce tutti i malanni di un tale stato. L’uomo dunque degenera credendo che con il suo operato stia facendo sempre meglio per ‘uscire’ progressivamente da una vita che gli sembrava insofferente e priva di cose ‘utili’. Sta cadendo dunque nel tranello di se stesso, in una trappola che alla fine può non consentire una via di ritorno.
Io rifletto sul senso della mia vita e riconosco che essa non è una scelta, ma un dovere, un dovere che deve essere onorato nel migliore dei modi. Se annullo me stesso per trascorrere un’ esistenza senza significato è come se mi rifiutassi di vivere, e ciò non è bene. Devo reagire alle negatività che mi impongo o che a volte mi sono indirettamente imposte. Devo sprigionare la mia energia positiva per dedicarla alla qualità dell’esistenza.
D’intorno la taiga sembra che dorma, ma mi ammonisce, mi risveglia il senso di me, e mi conduce direttamente verso la via dell’essenza. Così io prendo il mio spirito e lo lascio scorrere per il fiume della vita. Una vita di qualità e di essenza dove il vacuo e le nullità non trovano più posto. Ho finalmente compreso che il sogno e la realtà si fondono in un’unica muliebre sostanza dove la bellezza di ciò che è natura respira dentro me e dentro le cose.
Sento veramente nel mio essere la wilderness della vita, il richiamo del selvaggio. E’ inutile inalberare grandi discorsi se si uccide la natura. Ce ne andiamo tutti. Dobbiamo invece respingere il nostro egoismo ed accettare l’universa bellezza che il semplice ululato del lupo può già ben rappresentare. Perché ciò che offende il senso delle cose, il senso della natura, offende in un sol colpo la totalità del tutto. Sento di voler amare la vita con la natura, perché la natura è amore e vita stessa. Per me ogni cosa che offenda la natura era inconcepibile e da questo punto di vista la mia netta tendenza è, o tutto bianco o tutto nero. La mia mente non concedeva alcuna sfumatura all’opera distruttrice del mondo naturale da parte dell’uomo.
Io mi ritrovo nella capanna nel cuore della taiga e scrivo queste righe, il racconto di ciò che ‘disse e non disse’ il lupo, il racconto dell’amore. E sento un canto, un canto di dolore, quando l’uomo per suo spontaneo volere toglie ed annienta ciò che crede non gli appartenga più. Canta il suo errore, il suo malefico errore, ed io provo a riconoscere il giusto, in armonia ed in pace. Ascolto poi il canto della natura e piango per la gioia che emana, ma piango anche per la mano che la offende. Oh uomo perché offendi tua madre? Io credo di capire il tuo gesto. Hai semplicemente perduto il senno della ragione e non hai più un’anima di universalità e di amore. Ed allora distruggi te stesso e le cose della natura che poi, alla fine, sono la medesima cosa.
Ma le parole sagge non sono ascoltate, non entrano minimamente nell’animo ormai indurito e nemmeno nelle membra. Non si ascolta, non si vede, non si sente. E’ non è cosa buona. Perché, o uomo, rifuggi la verità? Io me lo chiedo, lo domando e non ottengo mai risposta.
Nel mio trascorso, come ho già annunciato, ero anch’io cieco e sordo ed ero caduto nell’angoscia esistenziale e nella tristezza della vita. Ma lo spirito della foresta, lo spirito del Grande Nord mi hanno risvegliato, mi hanno fatto comprendere e mi hanno ridato la speranza dell’esistenza. Ho cominciato così ad allontanarmi dalle certezze non ‘certe’ della falsa vita quotidiana ed ho iniziato a prendere le distanze anche da quello strano malessere esistenziale. E piano piano, ascoltando anche l’ululato del lupo, ho ridato a me stesso ciò che mi apparteneva.
Quando finisce qualcosa non è importante ciò che finisce, ma quello che inizia. Tutte le cose sono unite, anche quando sono diverse. Sta alla propria saggezza capire quale strada seguire.
Il tempo sembra trascorrere lentamente, ma la taiga mi ha insegnato molte cose pratiche, e direi soprattutto quelle essenziali dello spirito. Il mio seguire a lungo la vita dei lupi mi ha confermato e nello stesso tempo svelato molte cose della loro arguta esistenza. Il branco è eccezionalmente compatto, netto, perfettamente adattato a sopravvivere in un ambiente che, soprattutto nel lungo inverno, è tutt’altro che facile. La dinamica dei suoi membri, estremamente attiva e multiforme, ispira moltissimo a resistere sempre nella vita, perché bisogna lottare fino in fondo. Non bisogna mai arrendersi e occorre penetrare, le incombenze della sopravvivenza, con lo stimolo della propria energia. Lo sguardo tagliente di un lupo o il suo vero, ma anche simbolico ululato, ci ricorda sempre che esiste ancora una natura indomita e selvaggia, anche se credo che noi non possiamo comprendere appieno tutti i messaggi, perché ci sono molte cose che non percepiamo poiché ci viene meno quello che i lupi non possono dirci direttamente!
Ma comunque sia, noi non vogliamo più imparare, non vogliamo nemmeno ascoltare e non vogliamo ovviamente comprendere. Ora io mi chiedo: se non facciamo nulla di queste cose, chi reggerà il mondo? L’uomo vive continuamente a credito, ma sta finendo il suo fondo: la natura. Ci pensi bene prima di continuare………”.
A quel punto sospesi per qualche istante la lettura anche perché nuovamente c’era un interruzione di linea quindi un nuovo capitolo; inoltre notavo sempre più che, nelle riflessioni e nello sviluppo dello scritto, riconoscevo uno stile familiare, un qualcosa che mi apparteneva. Eppure, almeno credevo, anzi ne era praticamente certo, non ero certo io l’autore di quella sempre stranissima ed inspiegabile dissertazione.
Preso ormai dalla crescente curiosità e partecipazione alla progressione dei concetti espressi, continuai subito a far scorrere le successive pagine:
“Il mondo della vita scorre come un fiume, a tratti placido a tratti impetuoso, e lungo il suo possente cammino accoglie nel suo letto tutti gli elementi del mondo circostante e delle proprie interiorità. Si sente ormai nel cuore che occorre chiudere il cerchio per uscire dall’infame mondo dello ‘spirito’ contemporaneo per collocarsi, quanto più possibile, ai margini della follia, per non ritrovarsi alla fine incatenato alle assurdità, alle vacue sudditanze e dover amaramente comprendere di non aver vissuto. La nostra esistenza è scandita da categorie spesso rigide ed immutabili basate su archetipi strutturali che possono appartenere alle più svariate origini: religiose, legislative, mentali, culturali, tradizionali, ecc. Queste categorie collocano il nostro modo di vedere le cose in settori del tutto parziali perché sono sempre in riferimento a modelli ‘costruiti’ dalle variegate ed artificiose convenzioni. Ma, una semplice analisi, mostra subito ciò che regge questo principio: la relatività del tutto.
Ma se questa prima analisi mi aveva già evidenziato, sia pure per un brevissimo passaggio riflessivo, importanti aspetti di quella miscellanea di rapporti così palesemente distorti ed alterati, mi necessitava ora, nel mio argomentare, approfondire l’elemento cardine: il valore in sé della natura e delle cose tutte.
La conoscenza di un fenomeno è puramente empirica, cioè frutto della mediazione sensibile del soggetto. Tale acquisizione però, non può essere elevata a concetto universale, essendo del tutto arbitrario generalizzare un’esperienza strettamente individuale. Una personale esperienza, poi, presenta dei limiti anche verso se stessa, perché è il frutto di un ‘momento’ empirico continuamente variabile.
Il ‘valore in sé o intrinseco’ di un fenomeno (noumeno), valore privo di esperienze e mediazioni soggettive, assume invece carattere duraturo, universale e reale. Il ‘valore in sé’ è qualcosa di superiore, qualcosa di non definibile forse non conoscibile, che trascende il soggetto per divenire essenza dell’oggetto. Ecco dunque apparire nella mente un profondo concetto universale ed indelebile.
Solo in una fase successiva potremo ‘interpretare’ il noumeno trasformandolo in un ‘fenomeno’ cioè oggetto dei sensi. Nasce quindi la contrapposizione tra le ‘cose in se stesse’ e le ‘cose rispetto a noi’. La visione dualistica del mondo naturale si impose in larga misura in occidente principalmente (anche se numerosi altri elementi si sovrapposero) da una negativa influenza religiosa (p.e. il cristianesimo poneva l’uomo dominatore da una parte e la natura soggiogata dall’altra), ed era propria, tra l’altro, della filosofia greca che collocava l’uomo, soggetto pensante e sensibile, all’esterno di una natura oggettivata e subalterna. Solo nel pensiero orientale sarà possibile discernere, almeno in parte, una filosofia vitale non antropocentrica e quindi mancante del dualismo. Nell’occidente si esalta l’io a danno del tutto, in oriente si esalta il tutto a danno dell’io.
Si ricorda quindi che la compenetrazione degli opposti pur nella diversità genera sempre unità all’interno della dialettica della natura a patto che la visione del mondo sia unificatoria e centripeta.
Il ‘valore in sé o intrinseco’ della natura (noumeno naturale), è l’espressione più alta del pensiero. Affermare quindi che la sostanza naturale (nel senso generale del termine) debba essere conservata e rispettata per il suo valore in sé, senza nessuna nostra mediazione o intuizione, è la massima elevazione concettuale di conservazione che possa essere formulata. Ogni azione deve sempre essere fine a se stessa senza attribuirgli un valore positivo o negativo in relazione alle eventuali conseguenze che genera (l’uomo non è nè proprietario o depositario di qualunque cosa).
Al contrario, nella comune speculazione mentale della conoscenza, ci si riferisce ‘sempre’ a concetti ‘rispetto a noi’. Infatti si stimolano interventi solo se portano ‘guadagni’ materiali o spirituali o in ogni caso utilitaristici. Traducendo, avremo: proteggiamo un bosco secolare affinché nella presente e nelle future generazioni l’uomo possa goderne materialmente e spiritualmente.
Ecco, invece, un concetto superiore:’La natura deve essere conservata e rispettata per il suo valore in sé, non per un nostro interesse materiale, spirituale o etico che sia’.
Un fenomeno naturale ha la sua massima valenza in sé stesso, e si manifesta indipendentemente dalla conoscenza e dalla mediazione sensibile. E’ fondamentale comprendere che un ‘luogo’ ha qualcosa in sé che noi non possiamo e non dobbiamo cercare di interpretare. Solo in tal guisa riusciremo a dare al mondo naturale quel giusto valore che gli appartiene. Un tempo, come detto, lo spirito umano aveva in se stesso, nell’inconscio, questo concetto, come lo possiede un lupo selvaggio o un orso delle foreste, ma il distacco traumatico dalla natura ce ne ha privato. Ogni essere ha in fondo una propria ‘visione’ della vita e inconsapevolmente pone se stesso (soprattutto come individuo) al ‘centro’ della realtà. Ma questa centralità è solo apparente, utile alle esigenze della sopravvivenza del momento. L’uomo invece trasforma quella centralità in una subordinazione totale di tutta la realtà esterna da lui, facendo prevalere unicamente i diritti universali e assoluti della propria specie. Il tutto con il massimo della consapevolezza. L’uomo e la sua cultura da una parte, la natura e la sua essenza ben distinta dall’altra: in altri termini, DUALISMO.
Se, come ho appena evidenziato, l’uomo è stato in passato membro a tutti gli effetti della wilderness del mondo, progressivamente è diventato l’unico soggetto, è uscito dal palcoscenico della natura, ha falsificato la verità, e ha condizionato verso i suoi subdoli interessi quasi tutti gli elementi della natura.
Dinanzi a questa profonda dialettica così articolata e ricca di variabili, nasce la necessità, all’interno dello stesso pensiero umano, di invertire lo stato delle cose, mentali e materiali, per ricondizionare l’uomo ad una ‘equilibrata e giusta’ dimensione. Se l’uomo rimaneva in connessione con il mondo selvaggio, come elemento indistinto nell’ordinato ed imprevedibile caos naturale, non sollevava nessun problema di distruzione e di invadenza e, quindi, conseguentemente, di tutela, di rispetto o di conservazione della natura. Ma la sua ribellione alla verità naturale lo ha portato ad estinguere dentro sé il senso dell’armonia e della purezza originaria, trasformandolo in un vorace essere accecato dalla propria affermazione e dal proprio egocentrismo. Ecco, dunque, che l’essenziale diventa superfluo e il vacuo diventa essenziale. Avviene il distacco totale dalla natura, avviene la sopraffazione verso le cose e l’annientamento del mondo esterno da sé. L’uomo si considera allora il centro di tutto e il solo metro delle cose.........”.
Improvvisamente vi era una pagina bianca con disegnato un cerchio perfetto al cui interno v’erano scritte due significative frasi: “Il vento non lo si vede, ma lo si può percepire” e “compenetrarsi unitariamente con la natura è talmente valevole che per dargli un senso di misura occorrerebbe concepire l’infinito e andare oltre!”.
L’ultima pagina, breve e concisa, si concludeva con una particolare firma, strutturata a mo’ di frase, senza individualità di sorta e che aveva essa stessa, a mio parere, ancora qualcosa da dire:
Con cuore
In very low spirits
Riposi i fogli sul tavolo
Riposi i fogli sul tavolo e con le lacrime nel cuore e negli occhi caddi in una profonda dimensione quasi onirica dove ebbe grande spazio una marcata melanconia e uno stato di abbandono. Non riuscivo a pensare a nulla e pareva che la mia mente vagasse al di fuori dello spazio e del tempo. Percepii qualcosa di sottile, un flebile ed arcaico senso di pacatezza e comprendevo appieno che la barca del mio essere era approdata al lido della verità. Ora potevo ammainare le vele.......
Rimasi in quello stato forse per un paio d’ore, poi ripresi in mano la mia coscienza e iniziai ad interrogarmi e soprattutto ad analizzare quanto scritto in quella lettera.
C’erano tutte le risposte ai miei dubbi e alla mia ricerca, aveva portato allo scoperto ciò che da tempo sentivo latente e sommesso dentro di me e, se quanto letto per buona parte era sviluppato in uno stile poetico/narrativo, la parte finale divenne quasi scientifica, analitica e perfettamente indirizzata. Uno sviluppo strano che non comprendevo, ma del resto a quel punto non comprendevo più nulla circa la situazione della misteriosa lettera. Poi, forse in preda di uno stato mentale alterato, cominciai a pensare che l’avevo scritta io stesso, con il mio cammino e il mio viaggio (il testo, come detto, era redatto in prima persona), ma se ciò era plausibile dal punto di vista “concettuale”, come lo poteva essere dal punto di vista pratico per la stesura di quanto annotato? Tante cose non collimavano: non ricordavo affatto di aver scritto qualcosa di simile, la scrittura non era certamente la mia che normalmente era quasi illeggibile, frenetica e a tratti procedeva per intuizione; e poi il tipo di carta, una sorta di pergamena mai posseduta e l’evidente uso di un pennino con tanto di calamaio. No, la faccenda non quadrava, ma una risposta da qualche parte c’era. Forse semplicemente era stato un viandante fortemente illuminato che, dopo aver letto le mie numerose lettere, aveva voluto rispondermi con gli stessi toni e darmi delle risposte. Ma anche questa ipotesi non mi soddisfaceva affatto. Per essere vera vi erano troppe coincidenze che continuavano a non incrociarsi.
Il giorno seguente, dopo una notte insonne durante la quale scorsi la lettera più volte, arrivai ad una conclusione non certo esaustiva, ma l’unica che potevo darmi: ero stato io stesso, o meglio la parte di me che viveva nel suo mondo appartato e nascosto, a scrivere il tutto e a costruire l’intera scena. Una sorta di sdoppiamento della personalità. Questo è quanto! Non ci credevo, ma non seppi pensare ad altro e alla fine, ad onor del vero, l’enigma non lo sciolsi affatto.............
Ma l’occasione mi indusse ad una considerazione che considerai estremamente valevole. Infatti io credevo che molte situazioni, pur se rimangono inespresse, potevano contenere elementi fortemente positivi perché è bellissimo comprendere o realizzare una cosa, ma forse a volte potrebbe essere più penetrante sognarla e viverla interiormente poiché in tal modo rimarrà per sempre nel suo massimo valore e splendore! Per me la verità di un elemento era come una foresta selvaggia in un luogo remoto. Non potendoci vivere in mezzo mi rallegravo ugualmente sapendo che esisteva.
Per ultimo riflettei sul significato della firma. Essa, nella sua brevità, conteneva ancora un palese dubbio da sciogliere che interpretai così. Poiché il suo significato letterale era “malinconicamente”, questo poteva significare che pur avendo compreso gli errori e la linea deviata del procedere umano, forse non vi sarebbe mai stata una vera tregua che l’uomo si prodigasse di ‘stipulare’ con il mondo naturale e quindi unitariamente ed emplicitamente con se stesso; e ciò non avrebbe arrestato il definitivo declino e l’inevitabile fine del tutto!
Forse la mia era una conclusione fortemente pessimistica, ma credo profondamente vera.
Faber est suae quisque fortunae
(ognuno è artefice del proprio destino)
Ormai un sottile ma consistente strato di ghiaccio
Ormai un sottile ma consistente strato di ghiaccio ci estendeva sui laghi e nei tratti di fiume più placidi. Sulle acque, scintillanti al fioco chiarore della luna, si muovevano calmi gli ultimi cigni selvatici rimasti ancora in zona. A scuoterli dalla calma notturna, altre notti venne l'Orso bruno, che attraversò l'acqua gelata e si allontanò verso la densa foresta.
Con l’arrivo del gelo e della neve la foresta fu avvolta da una immota stasi e, ogni forma di vita, parve scomparire. E, mentre la temperatura scendeva sempre più, caddero milioni di fiocchi di neve. La tinta scura dei pini e degli abeti si tramutarono in un bianco candido e al suolo la coltre nevosa, ormai sempre più spessa, cominciava a celare alla vista ogni cosa.
In quell'atmosfera quasi onirica, ombra silenziosa in movimento, l'Orso bruno scomparve nel candore invernale di quell'immensa distesa d'alberi verso le tane a lui note.
Nei giorni seguenti la neve aumentò, ne cadde altra, e le colline erano già sovraccariche. La temperatura era scesa ad oltre dieci gradi sotto lo zero e per l’orso si avvicinava il momento del suo ritiro dalla scena di quella superba foresta boreale.
L'Orsa aveva fiutato più volte l'aria, e aveva assistito quasi immota alla venuta della neve. L'odore del vento era diverso, ma sentì anche lo strano impulso cha la invadeva ogni anno in quella stagione allontanando il desiderio del cibo. Anche i piccoli che portava appresso non erano più ingordi dei pur abbondanti frutti selvatici che ancora riuscivano a trovare tra la neve negli ininterotti boschi. Non avevano più fame.
Molti altri orsi erano già entrati nelle tane d'inverno. Qualcosa gli diceva che era giunto anche per lei e per i suoi cuccioli l'ora di appartarsi e di dormire aspettando che passassero i lunghi mesi di freddo.
Infatti la notte seguente la famiglia di orsi si era già ritirata nella tana che la femmina aveva da tempo restaurata, resa confortevole e soffice con ramaglie, fronde di abete, erba e quant’altro di utile. Sarebbe stato lungo il periodo di presenza in quell’angusto pertugio.
La tana si trovava ai piedi di un gigantesco abete schiantatosi da tempo. La vecchiaia della pianta e il carico di neve invernale ne aveva causata tempi addietro la sua fragorosa caduta. Sotto l’intrico delle radici, anche altri orsi avevano poi approntato la tana. La scarsa presenza nella zona di anfratti rocciosi, non consentiva altro che scavare la base delle radici contorte dei grandi alberi caduti.
Tuttavia, un'altra femmina di Orso bruno, a differenza della maggior parte dei suo confratelli, approntò una tana per il riposo invernale non sotto la ceppaia di una albero venuto giù, ma a ridosso di un grosso ammasso di rocce laviche disposte alla base di una piccola elevazione orografica. L’ingresso, esposto a est, era alquanto angusto e questo, oltre a facilitare il mimetismo del sito, riduceva anche la dispersione termica a complemento della neve che al momento opportuno celava il tutto. Quelle rocce erano particolarmente belle a vedersi poiché erano state pennellate dai multiformi colori dei licheni endolitici che ne rivestivano la gran parte di essi. Alcune erano completamente rosse, mentre altre erano di un misto che andava dal giallo al rosso, all’ocra e ad altri colori ancora. La lettiera era stata predisposta nel migliore dei modi, con una base ampia e morbida tanto da consentirgli sicuramente uno svernamento confortevole e piacevole. L’umidità era quasi del tutto assente.
Gli orsacchiotti vennero pervasi dall'istinto, per loro ancora sconosciuto, che aveva influito sulla madre, e i giochi che fino a pochi giorni prima li entusiasmavano non li interessarono più. Insieme alla madre si introdussero nella tana con il desiderio di dormire.
Quando scoppiò la bufera l'Orsa era ancora desta. Pian piano il suolo si imbiancò ancor più innanzi all'apertura della tana, e nei giorni che seguirono la neve aumentò fino a chiudere completamente l'entrata; allora l'Orsa si appisolò in quello che per lei divenne un lungo sonno che durò fino ai giorni di aprile.
Anche il grande Orso bruno si avviò verso la propria tana; si addentrò e si aggomitolò nel gran cumulo d'erba che aveva trascinato nella sua dimora invernale e si lasciò andare in un torpore profondo, e giorni dopo si addormentò.
Il lungo sonno
Il lungo sonno era alle porte. Verso la fine di novembre il grande inverno nordico era ormai giunto da tempo. L'Orso bruno stava adagiato con il muso tra le zampe anteriori, rannicchiato nella sua tana profonda anch’essa celata alla vista dalla muraglia della nuova neve. Il respiro era appena percepibile, il battere del cuore rallentato a sole otto-dieci pulsazioni e la temperatura corporea scesa di qualche grado. Il suo metabolismo si era profondamente mutato, perfettamente adattato alla sua lunga letargia. Ma il grande Orso bruno se molestato si sarebbe destato prontamente e sarebbe stato in grado di difendersi energicamente.
Fuori della tana la grande taiga si era come fermata, e in quei momenti e in quei fatasmagorici scenari, nulla dava l’impressione che mesi dopo tutto sarebbe cambiato e il ritmo incessante della vita e degli orsi avrebbe ripreso il suo cammino.
La tormenta era passata da due giorni, e gli alberi erano sempre più carichi di neve; il freddo pungente non cessò neppure col calare del vento e col dissolversi delle nubi biancastre che avevano portato altra neve. Di giorno la temperatura saliva di una inezia quando il sole era allo zenit, ma non riusciva a mitigare il clima rigido; ormai appariva solo per un paio d’ore al massimo.
Nei posti più freddi, in fondo alle vallette boscose, il gelo aveva cristallizzato la neve sulle radure, e lì gli alberi anche nei fusti erano quasi ricoperti di neve. I pini silvestri e gli abeti rossi incurvavano le frondose chiome facendo cangiare completamente le loro reali sembianze.
Con il mese di dicembre la neve raggiunse oltre un metro di spessore e le temperature a volte superò anche i trenta gradi sotto lo zero.
Giunse infine gennaio e, in una tana invisibile, una femmina di Orso bruno si agitava nel sonno; e mugolii sommessi si univano al lieve rumoreggiare di foglie secche. Poi qualcosa di più violento la scosse fino a destarla dal torpore. Dolori lancinanti che le straziavano il ventre segnalarono al suo cervello di aprire gli occhi. L'Orsa si ritrovò nella tana e annusò l'ambiente, ma non fece atto di uscire oltre la bianca barriera che chiudeva la fessura di accesso; nessun istinto la chiamò fuori, e anzi desiderò ancor più quel tepore in cui giaceva, perché l'istinto gli disse cosa gli stava accadendo e perché si era destata.
Si era ritirata in quel luogo isolato, già sapendo cosa doveva succedergli quell'inverno. Sapeva che doveva dare alla luce i cuccioli come già altre volte era successo nella sua vita, e sapeva che doveva stare in un luogo ben riparato, confortevole e isolato dai maschi che in primavera subito dopo l'inverno si sarebbero aggirati nella zona dove svernavano con grave pericolo per i nuovi nati che lei avrebbe poi dovuto lasciare soli nella tana per andare in cerca di cibo.
Partorì i due cuccioli senza un lamento, piccoli esseri ignudi che l'orsa asciugò amorevolmente con la lingua calda; i due esseri minuscoli, di pochi etti, giacquero nella frusciante lettiera di foglie di betulla del giaciglio, riparati tra il ventre soffice e caldo della genitrice e le sue zampe, a contatto con i capezzoli delle mammelle gonfie di latte.
I lievi vagiti non oltrepassarono la barriera di neve innanzi alla tana e presto rasserenarono l'orsa, che si riaddormentò. Ma si destò più spesso da allora, curando i due cuccioli, che premurosa non soffocò mai nei suoi movimenti nel pur ristretto spazio della tana.
Fuori cominciò di nuovo a cadere la neve, e il vento rumoreggiava tra gli alberi facendo a tratti cadere grossi toppi di neve che erano ammassati sui loro rami.
Nevicò ancora, fino alla fine di marzo, ma l'Orso bruno non abbandonò più la sua tana, né si svegliò altre volte. Sotto lo spesso manto di neve, avvolto nel grande mucchio d'erba non temé il gelo né l'umidità.
L'inverno aveva stretto nella sua morsa la foresta, imbrigliato i placidi fiumi e congelato con un spessa coltre gli innumerevoli laghi della zona.
La foresta taceva; mai come in quella stagione i boschi divennero silenti, quasi impalpabili, ovattati da quella morsa bianca. E, mentre gli orsi quietamente sopiti erano al riparo nelle loro piccole tane, fuori, pur nell’immota stasi della taiga, il mondo selvaggio o forse quel che restava del mondo selvaggio splendeva, in tutto il suo vigore.
TERZA PARTE
Con profonda umiltà
Trascorse del tempo
Tascorse del tempo. Un tempo fatto di pause, riflessione, di neve e nulla apparve su un ignoto orizzonte. Rallentai il mio decorso e approdai al limite della conoscenza.
Posi freno alle incombenze dell’anima.
Pause, silenzi, attimi fuggenti, forse ignavia. Camminavo.
Respiro soffuso, foreste disincantate e poi il bianco, il torpore, la luce azzurognola della notte polare.
Un buio surreale. Attesi….. sospensioni e lussureggianti aspetti della metamorfosi. Ponevo in essere l’ingordigia di capire, ma forse l’incomprensione avvolse il mio fare.
Candida neve, luminosa aurora, spazi siderali, crepuscolo costante.
Ascoltavo il vuoto, lo spirito ansimava e l’ombra si plasmava con la mia sagoma.
Poi non c’era…… forse non esisteva. Chiunque poteva apparire. Quale forza si celava dietro le lusinghe delle illusioni.
Ancora pausa.
Il pennello dell’artista dipingeva il bianco, ma la sua era una scelta obbligata.
La solitudine riempiva la vita, ma la stessa si celava all’evidenza. Non appariva indugio e non nasceva la rimembranza. Passi assopiti, deliri nella notte, poi, ma soprattutto dopo nacque la ricerca. Non trovavo l’ardire, ma comprendevo il senso.
Erano strani gli eventi e troppi quesiti irrisolti arrancavano dinanzi agli occhi. Non chiarivo le illusioni, ma, in fondo, comprendevo la metafora. La confusione sembrava prendere il sopravvento, ma alcune certezze assaporavano il gusto. Respiri interiori annuivano al positivo, ma continui contrasti ne celavano lo sviluppo. Il mio spirito volevo trovare il senso di qualcosa, ma doveva approdare ad un lido di tranquillità. Non era chiaro, ma in quel momento non sentivo altro desiderio. Ed allora…..
Mi allontanai, sia pur per poco, dalle incombenze dell’anima e mi raccolsi a rimembrare ciò che le gesta avevano chiarito. E d’improvviso m’apparve una luce che, in uno stile lineare e apparentemente palese, momentaneamente mi espose una veritiera realtà…..
Prima che l’uomo civilizzato
Prima che l’uomo civilizzato facesse la sua “apparizione” sulla terra, tutto il mondo era “wilderness”, un’immensa area selvaggia dove regnava solo la verità naturale. Poi è arrivato l’uomo civilizzato e, poco a poco, ha sottratto al mondo e a se stesso l’armonia imprevedibile e “caotica” della natura che era lo spirito della vita.
All’uomo risale dunque la responsabilità di provvedere alla conservazione della natura (perché è l’uomo che la distrugge e quindi è lui che deve conservarla); a meno che non lo si voglia considerare alla stregua di un semplice componente del materialismo dialettico, cui sarebbe stato affidato il compito di sovvertire integralmente l’ambiente naturale: solo questo potrebbe essere, in chiave ironica, l’essenza della filosofia androcentrica. In verità gli interventi umani sul territorio sono devastanti e non risparmiano nessun elemento della natura: l’acqua, l’aria, la flora, la fauna, la materia inerte, ecc. Dinanzi ad un siffatto degrado la difesa dell’ambiente, tramite una visione wilderness, deve divenire un obiettivo primario e globale. Ma nella conservazione del mondo naturale occorre sgombrare il campo da una pregiudiziale che è di un tale rilievo da assumere il valore di una contraddizione in termini, poiché tale è appunto la pretesa di chi si ostina a considerare il problema ambientale esclusivamente in funzione dell’uomo. L’uomo è una parte, un tassello dell’ecosistema, non è l’ombelico della natura, perciò cade in grave errore chi subordina la salvaguardia dell’ambiente al primato dell’uomo. C’è insomma il rischio che nei nostri discorsi si presenti ognora il nostro inveterato androcentrismo, tutto e sempre per l’uomo. Occorre ribaltare una siffatta concezione per porre al centro di tutto gli interessi globali della natura (ecocentrismo). La regola deve tendere a conservare la natura per il suo valore in sé: alla fine anche l’uomo se ne avvantaggerà ma sarà un riflesso, non lo scopo di quel salvataggio. Una visione ecocentrica porterebbe enormi vantaggi e riequilibri anche dal punto di vista sociale. La civiltà non può prescindere dalla wilderness, la natura selvaggia ed incorrotta! (John Muir).
Ma elaborare il profondo dissidio dell’uomo con la natura è un compito tutt’altro che facile, anche se si vuole arrivare semplicemente alla pura consapevolezza del fatto. E’ in parte come voler ricomporre un complicatissimo puzzle fatto di tanti elementi diseguali senza averne davanti l’immagine guida. Questo è dovuto anche dal fatto che occorre eradicare una forma di pensiero che negli ultimi secoli si è indirizzata, progressivamente, verso una disgiunzione totalizzante dove le monoculture mentali, improntate sul profondo solco del dualismo (l’uomo da una parte e la natura, ben distinta, dall’altra), si sono fortemente arroccate in una visione unilaterlmente volta verso la sola verità ed esistenza del genere umano. Un nuovo pensiero, libertario e di ampie vedute, deve dunque affrontare un duplice ostacolo; il primo è quello di eradicare il pensiero globalizzato sulla dominanza e unilateralità dell’uomo (pensiero che anche in forma inconscia è ora insito nelle menti), il secondo sarà quello di disarcionare le false certezze così fortemente incastonate per intravedere, sia pure in lontananza, una visione olistica del tutto. Quanti autorevoli personaggi con il loro dire ed il loro agire hanno cercato di svolgere questo immane compito, ma, almeno in prima battuta, si sono visti nella difficoltà di farsi metabolizzare da “monoculture mentali” volte all’esatto opposto. Ma forse un giorno quello che per ora, sotto certi aspetti, appare ancora distante, sarà compreso e praticato in totale consapevolezza e comprensione. All’inizio gli acuti “profeti” di un profondo cambiamento non sono stati capiti o addirittura del tutto ignorati, ma pur se il tempo è ormai molto ristretto, un cauto ottimismo sull’inversione anche parziale della rotta, potrebbe aleggiarsi nell’aria (?!). Comprendere, capire, autoesaminarsi sembrano terminologie e concetti difficili da digerire, ma non è escluso che facciano invece il loro giusto percorso per arrivare, alla fine, ad essere acquisiti. La speranza, pur se flebile, è sempre l’ultima a morire. Ma per il momento finché lo sfruttamento, il saccheggio e la distruzione del pianeta terra (sotto tutti i fronti) rappresenterà ancora un enorme vantaggio economico, estremamente arduo apparirà il modo di procedere verso la giusta operatività e visione delle cose. Sin’ora infatti l’uomo dalla sua cecità ha cominciato a vedere qualcosa, ma solo i resti fumanti lasciati dietro al suo devastante cammino e sarà così saggio e lungimirante da invertire la rotta? I dubbi rimangono molti e in gran parte irrisolti. Molteplici azioni che ora paiono positive sono ancora una piccola goccia d’acqua in un grande oceano eccessivamente sporco di “petrolio”!
Il primo giorno
Il primo giorno respiravamo l’aria più pura, e ciò non fu buono.
Il secondo giorno correvamo a perdifiato attraverso le immense e silenti foreste e ciò non fu buono.
Il terzo giorno ci dissetavamo alle sorgenti più cristalline, e ciò non fu buono.
Il quarto giorno viaggiavamo per i mari e i monti più selvaggi, e ciò non fu buono.
Il quinto giorno ammiravamo lo spirito indomito e libero degli animali selvatici, e ciò non fu buono.
Il sesto giorno ci sentivamo uniti in una sola cosa con l’anima più profonda della natura, e ciò non fu buono.
Il settimo giorno non ci riposammo e distruggemmo ogni cosa, animata e non, e tutto questo fu veramente buono!
L’ottavo giorno, che in fondo non esisteva più, ci semplicemente ricordammo, sia pur flebilmente, di quella che fu chiamata “MADRE TERRA”.
L’incertezza riprese il vento della vita
L’incertezza riprese il vento della vita e il sussurro della realtà si affievolì lentamente. Posi lo sguardo sui miei pensieri e compresi che ogni elemento era planato per approdare a pochi, ma evidentissimi significati.
Calma interiore, riflessione, indecisione. Turbe improvvise. Silenzio. Il vento che colmava il vuoto. Mi sembrava di carpire la realtà, ma nel contempo pareva sfuggirmi. Procedevo in uno stato disarmonico, a tratti celato, a tratti palese. Ma i misteri degli eventi mi suggerivano di non forzare il destino. Correvo nella neve, camminavo sul fiume, respiravo nella foresta. Mi inebriavo dei momenti di sicura lucidità e enfatizzavo quei momenti come respiro di una accennata certezza. Ma il vortice della situazione mi portavano a momenti di sconforto, di pacata rassegnazione e l’irrazionale sembrava prendere il sopravvento. Ma lottavo, mi dimenavo e cercavo una risposta conclusiva. Un punto da apporre ai miei eventi. Non volevo sviluppare una lunga novella, ma volevo restringere il campo all’essenziale e ricondurre il tutto al nocciolo del suo significato. Raccolsi la mente e la lasciavo divagare solo a tratti. Ma la forza interiore non era sufficiente, almeno in un primo momento, a dirigere il governo del mio quotidiano vivere.
Di nuovo silenzio, pennellate di acquerello. Stridenti sussuri. Calici colmi di una bevanda insapore. Stavo perdendo la cognizione della realtà. Stavo perdendo le chiarificazioni che mi sembrava aver colto. Il mio sentiero si era improvvisamente ramificato e non delineava più un percorso maestro. Ebbi sconforto. Mi sovvenne l’idea che ciò sarebbe stata la mia unica dimensione di vita, ma le luci del crepuscolo mi davano un nutrita speranza. Forse avrei dovuto attendere che le acque del fiume si scongelassero e solo allora lasciar fluire gli aneliti della vita. Troppe incertezza attorniavano il mio fare ed allora lasciai momentaneamente cadere i tentativi di razionalizzare le fattezze dell’essere. Ero convinto che i frutti sarebbero maturati all’improvviso….. ma dovevo forse passare attraverso qualcosa di non lineare. Ed infatti……
Dopo gli ultimi eventi
Dopo gli ultimi eventi fui assalito da un sonno profondo, un sonno dell'anima e trascorsi un lungo periodo di oblio, di onirica dimensione dove ogni elemento si trasformò in una inaccessibile surrealtà e persi completamente la visione delle cose. Non compresi più il tempo e entrai in un pertugio cui solo dopo aver percorso un tortuoso sentiero ne uscii fuori. Le pagine che seguono sono solo una parziale rappresentazione di ciò che mi accadde.........
Quel giorno un forte vento
Quel giorno un forte vento da settentrione portava con se un gelido senso di morte. Le membra si raccoglievano intirizzite ed ogni effusione della mente non approdava a nulla. La tempesta, una tempesta che alitava anche nel mio interno, parve trasmigrare verso lo spirito della luce dove si ripeteva, da tempi immemori, i passi di una famelica sensazione di ricerca. Non sorgeva mai il desiderio di rifugiarsi in un antro riparatore, e cresceva in ogni istante la profonda estasi della meraviglia. L’andar del vivere pareva connaturarsi con gli eventi delle stagioni e non v’era istante che l’anima prendesse possesso di una sua autonoma dimensione, tanto erano i carichi che il quotidiano imponeva alla ragione.
Traslavano reperti e brandelli di anima verso lidi occasionali e mai riuscivano a complementarsi per appianare il dire ignoto e fuori la realtà. Non s’udiva voce esteriore e le proprie sensazioni si inebriavano nella autoprospezione. Tutto pareva stringersi intorno al senso del vuoto, ma tanti erano gli elementi che correvano all’opposto.
Gridi interiori, suoni indecifrati, guaiti intraducibili parevano possedere l’incombenza della mente e sinuosi riflessi di luce anziché illuminare la scena, donavano un senso di buio e di oscure rimembranze. Quante meraviglie potevano espletarsi in si’ tanta dialettica? Tante o forse poche, ma erano sempre cariche di inspiegabili acuti di armonia.
Guardai in alto
Guardai in alto e sorpresi l’ignoto che mi scrutava da lontano. Appagai i miei sogni nella indefessa quiete della foresta, ma il turboniso muoversi delle acque dei torrenti, azzittivano le voci della speranza. Muovevo le membra senza cognizione e ogni tendenza ad una propria autonomia pareva annientarsi in una flebile speranza. Non giunsi mai in uno stato di serenità, ma le resistenza doveva prendere in ogni caso il sopravvento. Camminavo solingo sotto il dardeggiare del sole e d’un tratto la nebbia avvolse lo spazio impedendo alla vista la profondità dell’orizzonte. Non v’era istante senza che il passo potesse intercedere senza tempo e il respiro, ritmato ai suoni dell’universo, si acuiva ad ogni nuova esperienza.
Lontana e solitaria la lince annusava l’aria. La sua era una presenza atavica, selvaggia, ma per quanto tempo poteva ancora appartenere a quell’estasi di vita? Il periodo delle rimembranze cedeva il passo e la spietata realtà divoratrice si assicurava ogni dove.
Giunse un giorno melanconico in cui tutto passò sul pentagramma della vita e non si produsse un suono armonioso, ma lo stridulo cigolio di una serratura arrugginita. Mi guardavo alle spalle ed osservavo sempre i miei errori e non trovavo mai sentieri positivi e prolifici. Avevo un passato così disarmonico? Credevo di si e nulla poteva portarmi a mutare le mie gesta.
Lupi in piccoli branchi correvano liberi e selvaggi e al crepuscolo la limpida luce annunciava già il giorno seguente. Potevo contare molte volte il mio procedere, ma mai arrivavo a decifrare un messaggio. L’aria girevole appiattiva la sonorità del vento e la mescola degli elementi non confluivano in recessi ripetitivi. Tutto veleggiava verso un solo polo ed era difficoltoso voltare pagina.
Avevo trascorso
Avevo trascorso la maggior parte della mie esistenza sempre a fuggire da qualcosa, e le nuove sensazioni che mi sembravano liberatrici, dopo poco mi imbrigliavano nuovamente e tuttto ricominciava dall’inizio. Il momento più triste lo raccolsi in un particolare gelido giorno, quando compresi che non potevo fuggire da me stesso. A quel punto lo sconforto trasalì sopra ogni limite e fui edotto che non avevo scampo. La natura selvaggia correva libera, ma il suo spazio era sempre più ristretto e giorno dopo giorno perdeva tanti brandelli della sua bellezza, la bellezza della wilderness. Ero un testimone diretto del fatto? Respiri senza aria, speranze ingiallite e vuoti simulacri annunciavano il senso del nulla.
Canti flautati fendevano l’aria e sdraiato su una morbida lettiera di rami di abete osservavo il mio circondario. Camminavo molto, a volte per giorni interi, mentre a tratti mi fermavo improvvisamente e non procedevo per ore ed ore. Ero smarrito e non penetravo la realtà fattasi intraducibile ed illeggibile. Colsi qualcosa, ma non riempì affatto la mia solitaria assenza.
Mi parve di scorgere
Mi parve di scorgere qualcosa al di là del fiume, ma una più attenta osservazione mi mostrò solo il riflesso di un’ombra. Un’immensa foresta divenne piccola e sembrava un irregolare macchia puntiforme su un grande foglio bianco. Un male interiore mi pervadeva tutto e una profonda stanchezza assalì le mie membra. Ero forse il fantasma di me stesso? Luci fluttuanti coloravano il cielo, ma l’orizzonte era plumbeo e annunciatore di malinconia. Purtroppo non avevo altra compagnia ed ogni elemento mi pareva lontano a tratti finanche indistinto e mutavo il mio andare solo in una stasi senza armonia e pace. Un dolore mi colse nel petto e non v’era cosa che potesse sminuirlo. L’acqua torbida si agitava nella mia mente e le sensazioni più meste indugiavano troppo a lungo per essere alleviate.
Il grande orso bruno rovistava un acervo di formica, mentre una scaltra martora si muoveva rapidamente tra un albero e l’altro. Perché non potevo anch’io acquisire la serenità di un essere selvaggio? Perché la mia anima si contorceva su se stessa? Non avevo mai serenità e purtroppo ne soffrivo fortemente senza mai arrestare le mie indefesse difficoltà.
Mi giunse una voce
Mi giunse una voce che parlava di un mistero. Un mistero non definito ma che circuiva lo spazio recondito. Appresi le fluttuanti onde della vita e cercai una possibile soluzione. Ne esisteva davvero una? Non mi ponevo in verità il quesito e procedevo con poca speranza, ma con molta avidità. Rifiutavo l’aiuto degli eventi che non comprendevo e non cercavo di esserne partecipe. Forse non era una scelta giusta, ma ero convinto che la mia pur debole forza interiore avrebbe potuto affrontare il mistero. L’ignoto è sempre portatore di dubbi e di speranze e fin quando rimarrà tale sarà la sola fantasia a cercarlo di esplorare. Man mano che gli eventi si faranno tangibili, si affievolirà la ricerca effimera e la pratica si sostituirà alla vanescenza.
Presi spunto dallo stormire delle foglie e le sagomi informi della putrescenza si acuivano con l’ardire della prospezione. Non v’era alito di vento, ma l’inspiegabile muoversi delle fronde sembrava che portassero a qualcosa di indecifrabile e di surreale. Non v’era una sintonia tra quel muoversi e la reale condizione dell’aria. E proprio qui si mescolava la pozione misteriosa a quella interpretabile. Era il connaturarsi di eventi antitetici, ma fortemente confluenti.
Udii un suono, un suono ovattato, ma si estese nell’aria e raggiunse i più reconditi recessi dell’anima. Era forse la firma del grande mistero cui tentavo di dare risoluzione? Non sapevo, ma tentavo una plausibile spiegazione. Traslai il mio pensiero verso una immaginario diagramma dove la struttura riportava tutti gli elementi che erano in gioco. Se ne contavano ben pochi ma il prospetto mi permetteva di quantificare le peculiarità di ciascuno di essi.
Il tempo progrediva verso una analisi sostanziale e il mio sguardo a tratti era padrone del mondo, ma la mia proprietà immaginaria era sin troppo effimera perché sempre più effimero erano gli scenari selvaggi. Cosa poteva arrestare quella sconvolgente mano vandalica?Il pensiero primordiale mi diceva che nulla poteva farlo e poi anche una proiezione razionale dava la stessa risposta. Non mi restava che essere spettatore di una rappresentazione che andava dissolvendosi……..
Quel giorno ero ai margini del lago
Quel giorno ero ai margini del lago ed osservavo il muoversi degli eventi. Sulla riva opposta due alci sondavano nell’acqua il loro cibo prediletto e riemergevano con la testa masticando avidamente quel bottino per loro tanto prezioso. Certamente non mi scorsero e pacificamente continuavano il loro pascolo. Io mi immedesimai in quella esistenza e carpivo solo a tratti quella loro grande libertà e nel contempo la loro fragilità dinanzi ad un mondo che stava rapidamente cambiando.
Nel cielo terso volteggiavano i corvi imperiali ed il loro gracchiare davano vita a tutto lo scenario. Immani dilemmi solcavano il mio pensare e profonde sensazioni donavano al tutto un misto di allegria e di tristezza. L’animo depresso non andava oltre e una patina di opalescenza avvolgeva in tutta la sua interezza quel che restava della mia speranza. Atroci riferimenti incrociati dilettavano le sembianze dell’essere e non v’era una perplessa sintonia con la dialettica del respiro. Fin quando avrei potuto compenetrarmi con quello che tentava ogni istante di sfuggirmi?
Le scadenze delle ore, a tratti interminabili, segnavano il mio passo e le luci chiarificatrici dell’alba annuivano a sembianze muliebri. Il vento interiore spirava con sintonia disarmonica e le membra immote assumevano il compito di unificare i mondi separati.
Due parti erano in gioco, anche se in effetti l’elemento base era uno solo. Ma sino a che punto ero in grado di comprenderlo? Un altro giro era forse necessario, ma ciò non mi era concesso. Donare il rispetto e portarsi alla riflessione erano fattori molto importanti. L’uno nel tutto e il tutto nell’uno. Vane idee o forse concrete riflessioni. Ciò che poteva palesermi la razionalità mi parve estremamente banale e quello che leggevo oltre le righe era molto più liberatorio. L’analisi surreale dunque era molto più profonda di una matematica metamorfosi di una evoluzione.
Fu un improvviso mancamento
Fu un improvviso mancamento. Mi parve di venire meno ad un dovere e sentivo i giorni dell’abbandono. Presi mano al mio essere e corsi verso un ignoto poco celato e mi parve di riconoscere le sembianze di una fattezza informe, ma abbastanza definita. Cosa poteva essere? Non lo seppi mai, ma riuscii a comprenderla. Il silenzio fendeva l’aria e, nella dinamica del quotidiano vivere, si stagliava netto il respiro di una strana ricerca. Cosa poteva valere così tanto da dover essere pagata con una immane sofferenza? Era sicuramente qualcosa di unico ed universale e la sofferenza non proveniva dal suo valore, ma dal suo svanire in sé. Perché ciò doveva essere prodotto? Era tutto incommensurabilmente inspiegabile e la realtà si tingeva di assurdo. Una grande parte divisa in due e, progressivamente, portate entrambe alla distruzione. Ma l’inizio di quella distruzione partiva proprio da quella divisione. Essa fu il prima grave passo verso l’abisso.
A volte ciò che si cela dietro la dinamica di un evento può sembrare secondario e produce un pacato senso di ricerca. Non ci si pone, in altri termini, in una prospettiva indagatrice, ma si tralascia l’approfondimento perché ritenuto, a torto, del tutto superfluo. Ma, una analisi correlata e anche leggermente attenta, può svelare lidi inaspettati e dettare la formula del superamento dell’errore. Fluenti chiome al vento si inebriano dell’aria della primavera, ma la primavera sembra non voler più manifestarsi con tutto il suo splendore che un tempo le apparteneva. Ciò che tingerà la tela del futuro sarà un progressivo acerbo scolorimento degli eventi che si dissiperanno come nebbia al sole. Ignari poeti del dolore, incaute speranze d’oltremare, cosa può ridurci a sì tanta mestizia? Non una risposta s’ode dalla sponda lontana e il veleggiare senza vento dona dinamica ad una immota estasi che alberga nel profondo dell’essere. Non potrà forse cantarsi un inno alle rimembranze e il viandante errante non comprenderà più il suo intercedere. Lo smarrimento sarà la chiave dei giorni futuri.
Un’ombra ingiallita apparve sullo specchio immobile delle acque del lago e sinuosi riflessi di aurore rendevano espliciti il fluire dei pensieri. Non riuscivo ad essere accerchiato da una manipolo di strutture ed ogni piccola rimembranza cedeva il passo all’artificio dell’inganno del razionale. Il sentimento a tratti scompariva ed una nuda ed impervia roccia si sostituiva alle lodi del profondo. Ma il tempo sgretola ogni cosa e istante dopo istante ogni passo appartiene subito al trascorso. Cercavo di non guardare indietro, ma a volte mi era difficile ed allora il passato marcava il mio progredire e se pur in certe vibrazioni sembrava non vivere, in altre affiorava senza volontà intenzionale. Un senso di impotenza e di non controllo che permeava le strutture più intime dell’esistere.
Giorni saturi di verità sembravano sopraffare il dubbio e l’incertezza, ma era un misero inganno dell’ottica mentale perché in verità ognora traspariva un essere non senziente.
Un’ombra ingiallita suonava il suo canto
Un’ombra ingiallita suonava il suo canto e la flebile voce del tormento permeava l’aria della foresta. Il grido improvviso di un’estasi di pace parve contrapporsi al gemito della terra. Non seppi riconoscere il colore della luce, ma intravidi il senso del contrasto. Sfumatura di anima si inebriavano dinanzi alla nudità dell’essere e non v’era conto di ricondursi ad uno stato di chiarificazione. Oscuro fantasma, sprigiona la tua entità e percorri un sentiero visibile. Forse non servirà a nulla, ma una qualche speranza potrebbe celarsi dietro la vanescenza dei tuoi passi. Riassumerò i contrasti della luce che attraversa un prisma e proietterò il suo riflesso nelle spore dell’anima. Angoscia o esultanza diventano parietarie e pentimenti indefessi si ripercuotono nell’intimo dell’assenza. Gli occhi, esperti nel rappresentare il dolore, guardavano invano e non trasmigravano alcun tipo di emozione. Ogni cosa sparve e il desiderio prese il sopravvento. Un ardente desiderio nacque dunque dalle ultime vestigia dell’emozione e un immane tentativo cercò di farsi strada verso la vista dell’oscuro. Scissioni dell’essere, avamposti sperduti, recessi infondati, riverberi di nullità apparvero come l’anelito di un caldo vento. Sublimi note d’oltremare, sinuosi movimenti delle foglie, annunciavano l’ora della verità. Certo la verità! Ma quale sarebbe stata….. Sprofondai nell’immanenza del dubbio e ruppi al fine il mio silenzio con un prorompente addio alla incomprensibile scissione. Il tremito e l’indomito ascolto sarebbero presto divenuti l’unico senso della percezione. Ombra immortale, generi nefasti, sussurri senza tregua, stato sospeso in un orgia di mercificazione. Non un sussulto, non una movenza parve stridere dal profondo del baratro. Ascolti definiti, improvvisamente moltiplicati, in quale forma potevano rappresentarsi? Non era ancora il momento di mettere a nudo ciò che era sepolto, ma forse ora ne avevo la capacità e soprattutto avevo scoperto la dinamica dell’azione.
Attesi sino all’alba
Attesi sino all’alba, poi presi a muovermi non senza cognizione di causa. Era lo stato quiesciente del mio inconscio a dettarmi le condizione e la parte razionale di me non osava opporsi. Giunsi ad un congiunzione di eventi e, a sorpresa, ne scelsi uno con estrema convinzione e padronanza di me. Fu un dettame quasi mistico e superai gli ostacoli dell’anima appellandomi alle sequenze del mio essere. Oscillavo come un sismografo, ma il mio incedere era tutt’altro che disperso. Forse ero diretto verso la meta giusta, ma, al momento, mi era ignota……
Colpi di frusta assecondavano da lontano il tuono dell’alba e sintomi non percepibili annuivano al vano desiderio di attingere l’acqua. Sorseggiare un po’ di presunta saggezza e fors’anche un po’ di irrequietezza. Impalpabile la mano dell’oscuro, e il tingere dei crepuscoli scolorivano come l’ingiallirsi di un’erba verde smeraldo. Acuti silenzi dall’oblio ed un elogio all’opalescenza. Fino a quanto ci si poteva inoltrare in un si tale disastro? I due elementi si susseguivano l’un l’altro e nulla precludeva, almeno in apparenza, che vi si potesse accedere. Rimasi in ascolto, ma alla fine rinunciai per qualche strana voce interiore.
Non sembrò nascere elemento, ma non fu possibile eludermi dall’esistere senza commettere però il fatale errore di comunicare con il mondo sbagliato. Perché non riuscivo a sintonizzarmi con le cose senza sconvolgere ciò che appariva? Ogni elemento progrediva verso sensazioni irreali, ma un sibilo dell’anima si confuso nel dedalo delle emozioni.
Trascorsero così i giorni dell’abbandono
Trascorsero così i giorni dell’abbandono e finalmente cominciai a riprendere coscienza. Persi il sonno ed una luce mi indirizzò verso il passo giusto, anche se la vista dell'anima era ancora poco definita. Riconquistai ciò che era maturato in me negli ultimi tempi e tornai a riflettere, con una misurata padronanza, gli eventi accaduti prima dei giorni dell'oblio. Ed allora approdai alle mie valutazioni pur se rimasi permeato da un alito di confusione, incomprensione e di sconcerto.
Il tempo era trascorso e l’inverno era un po’ d’ovunque. Pennellate di bianco coprivano i recessi più reconditi e il freddo respiro dell’aria, riscaldava il vuoto nel cuore.
Si calmò d’improvviso il vento, ma, a tratti, ricompariva con ritmi e melodie fuori dalla realtà. Malgrado l’impegno lo si poteva solo percepire, ma mai vedere. Nessuno aveva mai visto il vento eppure tutti lo avevano sentito. Così accade nel respiro della wilderness: chiunque, se vuole, può percepirlo, ma mai nessuno può vederlo.
Gli abbracci della neve rendevano conforto al quotidiano vivere e il turbinio dell’anima ben si mescolava a quello dei rovesci dell’inverno, ed a tratti sembravano svanire le “perturbazioni” degli accadimenti vissuti, ma…….
Dopo i tanti episodi
Dopo i tanti episodi che avevo intensamente vissuto, improvvisamente un giorno mi accorsi di una profonda solitudine interiore, una sorta di vuoto esistenziale. Troppi erano stati i fatti che forse nell’inconscio mi avevano spaventato. Non per forza in senso negativo, ma in ogni caso avevano prodotto in me una certa alterazione della psiche anche se ormai pareva proiettarsi verso una completa consapevolezza dell’armonico esistere. In ogni caso l’unica compagnia era la mia fantasia ed era una grande compagnia, perché mi permetteva di volare in ogni dove e di plasmarmi la realtà secondo le mie più profonde e recondite esigenze.
In un primo momento sfruttai tale situazione dirigendomi verso lidi casuali, errabbondi, ma con il passar del tempo mi accorsi che, nella dispersione eccessiva, non approdavo mai a condizioni mentali che mi dessero conforto. Decisi allora di costruirmi, con una trama ben delineata, una storia completa che mi avrebbe sorretto anche nei momenti di sconforto esistenziale. Partii allora per un lungo andare, in altri luoghi solatii, dove la natura pura ed incorrotta faceva da palcoscenico al mio libertario muovermi.
Dapprima camminai senza meta. Fiumi, foreste, paludi scorrevano dinamicamente dinanzi ai miei occhi. Continuavo inarrestabile senza crucciarmi dove concludere l’escursione. Passarono molti giorni e il mio andare ancora non trovava approdo. Poi, un giorno, mi accorsi che il mio procedere non aveva più senso, forse non mi era mai mosso o forse non serviva andare oltre ……. Ed allora la mia mente si soffermò su una riflessione, perché d’improvviso mi sembrò che i frutti fossero veramente e finalmente maturati.
La prima cosa che pensai fu che nella vita occorreva sempre avere una visione racchiusa entro uno spazio contenuto, ma che avesse delle variabili e delle armonie infinite.
La mia vita era scandita da un ritmo ben definito e per poter esplicarsi doveva muoversi in uno spazio circoscritto ad una determinata misura. Ero una specie che era adattata a poter sopravvivere solo a specifiche condizioni e non potevo violentarmi o illudermi di farlo in qualsiasi circostanza o situazione.
Il mio posto era definibile ai margini del grande cerchio della civiltà moderna dove potevo espandermi senza limiti, ma in uno spazio ben definito. A tale proposito mi soggiunse una appropriata considerazione. La tastiera di un pianoforte è composta da 88 tasti ed in quei soli 88 tasti è possibile, nelle varie combinazioni, creare un numero infinito di melodie. I tasti sono limitati, eppure i suoni che si possono produrre non hanno fine. Questi tasti erano il mio mondo circoscritto, delimitato e posto ai margini del GRANDE CERCHIO.
Se invece i tasti del pianoforte non fossero 88, ma migliaia, migliaia e migliaia, è vero, si potrebbero comporre anche in questo caso un numero infinito di suoni e canzoni, ma la creatività verrebbe confusa in mezzo ad un numero troppo grande e, oltre a tentare di perdersi, ci si dovrebbe muovere in mezzo ad un labirinto che, pur se sembra molto più ampio del precedente, è invece fortemente più dispersivo perché crea confusione e disarmonia nell’atto della creatività e, alla fine, la composizione diverrebbe molto più complessa e direi anche fuorviante e difficilmente creativa. Il numero infinito di tasti sarebbe il centro del GRANDE CERCHIO.
Ecco dunque che nel mio profondo essere sorgeva solo una forma di vitalità possibile: una infinita combinazione di suoni avendo a disposizione solo 88 tasti.
La maggior parte degli esseri umani si adattano e credono che avere un numero infinito di tasti dia più possibilità alla vita ed accettano ciecamente di entrare a far parte nel vortice illusorio che gli attanaglia per tutta la vita per, alla fine, non produrre nessun suono. Poche persone invece si rendono conto che con soli 88 tasti possono creare un numero infinito di melodie ed essere, nel poco, molto più liberi, riflessivi e creativi. Io stavo dunque accettando il mio adattamento ai soli 88 tasti e un numero infinito non mi avrebbero portato a nulla, anzi mi avrebbero condotto verso l’abisso dell’esistenza e la necessità di volere sempre di più.
Dopo questo pensiero mi guardai attorno e, stupefatto, assaporai il senso pratico e mentale della wilderness, perché la wilderness è “sia una condizione geografica che uno stato d’animo”…..
Con profonda umiltà
Con profonda umiltà decisi di non riprendere più il mio viaggio a ritroso dal“punto di ascolto”, solitario e silente luogo dove lo spirito rientrava nella natura. Il mio peregrinare e la mia meta, forse più mentale, surreale ed interiore che fisica, mi indusse a riflettere bene poiché ora era forte in me la piena consapevolezza dell’amaro destino cui il genere umano a grandi passi si dirigeva ormai da troppo tempo. La mia ormai completa presa di coscienza sulla “verità nascosta”, mi spinse ad argomentare e a scrivere sul mio quaderno un ultimo passo riflessivo…...
“Il palese monito della comprensione rivolto al viaggiatore errante difficilmente verrà in sincerità compreso, soprattutto nella sua profondità. Infatti in ‘superficie’ si registrano molti segni di parziale consapevolezza, ma nel reale e nell’esecutivo i cambiamenti appaiono solo fittizi e ‘scenografici’. E’ come essere caduti nelle sabbie mobili: ci si aggrappa disperatamente a qualcosa per uscirne fuori, ma quel qualcosa è un effimero filo d’erba che velocemente si distacca. Ed allora l’affondare sarà inevitabile!
L’ultima frontiera della wilderness sta svanendo ormai sempre più. Un crepuscolo che conclude un giorno particolare, il cui giorno rappresenta lo stadio ultimo della vita libera ed incorrotta che ora, con il sopraggiungere delle tenebre, non si sa se l’indomani nella soffusa luce potrà continuare ancora ad esistere. Anche le vie più lunghe e tortuose prima o poi giungono al termine o al limite confluiscono in altre, ma ormai anche le altre hanno già esaurito il loro tragitto. Il cui andare, quindi, non potrà più dispiegarsi verso una consueta meta al di là da venire e si giunge, nella più profonda mestizia, alla conclusione che ormai non c’è più via da percorrere. Fermi, attoniti, ci si guarda intorno e ovunque si scorgono ampie distese fumanti che oscurano la profondità dei sensi visivi ed allora gli animi, perduti nell’ignoto, non scorgono più la via che potrebbero intraprendere. Nel paradosso ci si illude, ma solo per qualche istante, che una via, da qualche parte c’è, ignari che il nostro precedente andare ci aveva progressivamente portati verso il capolinea. Ed ora che l’incedere non è più concesso, nella mente riappaiono, tutto in una rapido baluginare di eventi, gli errori compiuti e le distruzioni perpetrate quando, all’epoca, si era sicuri che la via non sarebbe finita mai. Per conservare l’abbondanza, quando essa è tale, occorre amministrarla con parsimonia e con armonia, e mai, dico mai al di sopra delle sue capacità sostenibili e autogeneranti. In questo vi sono tutte le cose che lo spirito selvaggio, in un certo senso, non ha mai espressamente ‘detto’ perché lo ha sempre esternato, ogn’ora, nell’intimo e sottile legame che nell’introspezione regge e unisce ogni affinità elettiva. Noi non abbiamo voluto ascoltare sia perché il nostro procedere ce lo ha sempre impedito e sia perché il nostro agire non voleva affatto percepire l’essenza delle cose. Per tutta l’esistenza siamo stati troppo ‘occupati’ nella pratica del saccheggio di ogni qual cosa ci venisse a tiro - noi stessi inclusi – senza la pur minima parvenza di coscienza e, alla resa dei conti: a cosa servono le lacrime più amare, lacrime che sigillano con il loro potentissimo materiale collageno, le luci ormai fattesi tenebre? E, nell’immenso baratro che si apre, sarà inevitabile il precipitare senza soluzione di continuità nel più profondo degli abissi; ma, cosa ancor più grave e come atto di perfidia finale, arrecando seco ogni cosa esistente, animata e non che era apparsa in quella che fu chiamata ‘madre terra’.
Quando, dunque, il ‘vento selvaggio’ ci portava da sempre il monito degli errori, non abbiamo voluto in alcun modo percepirlo. Ma ora è forse troppo tardi per risalire dal profondo fosso, anche se eravamo stati fatti - parafrasando Rousseau - abbastanza forti affinché non potessimo cadervi. Quello che non poteva prevedersi è che noi abbiamo voluto rinunciare a quella forza!!”.
“La natura deve essere rispettata e salvaguardata per il suo valore in sé. E’ l'uomo che deve adattarsi alle sue esigenze e non viceversa. Se è possibile, si deve fare in modo che il mondo selvaggio viva nella sua libera continuità e nella sua fierezza, quella libertà e quella fierezza che l'uomo, prigioniero e schiavo delle proprie convenzioni, forse incosciamente invidia”.
Dopo questa mia ultima, triste, quasi disperata constatazione, mi raccolsi profondamente nel mio io mentre osservavo, melanconicamente, le luci che filtravano tra il fitto della foresta. A quel punto sapevo che una volta che si è rientrati nello spirito dell’ultima frontiera della natura, la “saggezza” ci dice di non tornare, in nessun caso, mai indietro. E, con estrema angoscia, scrissi infine sul frontespizio del mio quaderno: “Se perderemo veramente il mondo selvaggio..... - parafrasando un famoso scritto (Cassandra di C. Wolf) - il dolore si impadronirà di noi. Ma grazie ad esso, dopo, e qualora un dopo ci sarà, ci rincontreremo e se dovessimo rivivere il selvaggio creeremo forse finalmente con esso un eterno rapporto di verità, di unione, d’infinito ed indissolubile rispetto.........”.
Con cuore,
Larsen
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“E’una grande tentazione voler rendere esplicito lo Spirito”
Ludwig Wittgenstein
“Andai nei boschi perché desideravo vivere con saggezza, per affrontare solo i fatti essenziali della vita, e per vedere se non fossi capace di imparare quanto essa aveva da insegnarmi, e per non scoprire, in punto di morte, che non ero vissuto”
Henry David Thoreau
“Remember
you belong to
Nature,
not it to you”
Grey Owl
“La natura selvaggia è un bisogno spirituale che ognuno di noi si porta dentro e che va dal semplice amore per il bello al preponderante bisogno di solitudine che sentono alcuni. E’ il senso di fastidio che proviamo in natura di fronte all’opera dell’uomo, anche quando quest’opera è minima o ha fini di conservazione o di studio. La natura selvaggia è acqua libera di scorrere, di erodere, di gonfiarsi e straripare; è la libertà di volare e di correre degli animali; sono gli orizzonti intatti di montagne o di piatte paludi; è l’immensità del cielo su un panorama d’erba; è il silenzio della natura e lo scrosciare d’acque nelle valli montane; l’urlo del temporale nella foresta; il sibilo della bufera e il boato pauroso della valanga; il lento volo dell’aquila che annulla lo spazio tra le montagne; è il gioco delle onde sulle scogliera. La natura selvaggia è girare attorno lo sguardo e non vedere segno d’uomo; è ascoltare e non udire rumori d’uomo”
Franco Zunino
Lathe biosas
(vivi nascostamente)



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