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Ecologia Profonda di Gaia Camilla Belvedere (Ecopedagogia)

  • nahani7
  • 24 ott 2025
  • Tempo di lettura: 4 min


Negli anni settanta il filosofo norvegerese Arne Naess coniò il termine “ecologia profonda” per indicare una consapevolezza che riconosce la fondamentale interdipendenza di tutti i fenomeni e il fatto che gli esseri umani, esseri al contempo individuali e sociali, incidano sui e dipendano dai processi della Natura.  Nel 1973 usciva in stampa l’articolo The Shallow and the Deep Long- Range Ecology Movement. A Summary, nel quale Arne Naess definiva i caratteri del movimento dell’ecologia profonda, in contrapposizione al pensiero ecologico riformista. Nel suo articolo il filosofo norvegese traccia una classificazione dei diversi approcci allo studio dei problemi ambientali, introducendo per la prima volta le due categorie “ecologia profonda” (deep ecology) ed “ecologia superficiale” (shallow ecology). L’ecologia superficiale viene definita come il “movimento che lotta contro l’inquinamento e l’esaurimento delle risorse”, il cui obiettivo centrale guarda alla “salute e alla ricchezza delle popolazioni dei paesi sviluppati”. Viceversa l’ecologia profonda si distingue per un rovesciamento di approccio. I principi che caratterizzano quest’ultimo vengono esposti in sette punti:

1. Rifiuto dell’immagine “uomo nell’ambiente” a favore di un’immagine di campo relazionale totale. Con questa espressione Naess introduce il principio della relazione intrinseca, che dissolve ogni idea di oggetto separato posto in un ambiente, nonché quello che diverrà uno dei concetti chiave della sua ontologia ecologica.

2. Egualitarismo biosferico di principio. Senza fingere che non esistano conflitti tra specie e tra individui, prassi di uccisione e sfruttamento inevitabili (non solo animali), tutti gli esseri hanno uguale diritto a vivere e a realizzarsi. La restrizione di questo diritto alla sola specie umana è un antropocentrismo ingiustificato che si ritorce contro l’uomo stesso in quanto causa di alienazione.

3. Principio di diversità e simbiosi. Principi fondamentali della scienza ecologica, essi aumentano le possibilità di sopravvivenza e la ricchezza delle forme di vita.

4. Posizione anticlassista. Va applicata alla considerazione di ogni conflitto tra gruppi ed è necessaria per le potenzialità di realizzazione di ogni individuo.

5. Lotta all’inquinamento e all’esaurimento delle risorse. Spesso si ritiene che quest’obiettivo sia sufficiente a fronteggiare la crisi, mentre si possono causare ulteriori danni, quali l’accrescimento delle differenze di classe (ad es. tra paesi ricchi e paesi poveri) o la distruzione parziale degli ecosistemi dovuta all’inseguimento di misure tecnologiche per la riduzione dell’inquinamento. In generale questa norma o principio è l’unica ad aver finora avuto sostegno politico, ma di per sé non intacca alcuna delle cause profonde della crisi.

6. Complessità, non complicazione. Ulteriore principio della scienza ecologica. La distinzione tra complessità e complicazione è la stessa che tra un insieme dotato di una forma “gestaltica”, un sistema o organismo, ed una giustapposizione di enti, complicata e priva di principio.

7. Autonomia locale e decentralizzazione. La vulnerabilità di una forma di vita è proporzionale alla dipendenza da influenze distanti ed esterne rispetto alla regione nella quale essa ha raggiunto un equilibrio ecologico. Ridurre queste influenze significa rafforzare l’autosufficienza, ridurre i consumi di energia e risorse.

Secondo Naess l’ecologia profonda costituisce il contributo più significativo all’etica ecologica. Egli sostiene che i nostri “valori, stili di vita, i nostri comportamenti, sono radicati in una visione del mondo che rimane implicita, influenzando tutto ciò che facciamo. Così non importa quanto modifichiamo tecnicamente le situazioni, e non importa come riformiamo i processi decisionali legali e morali, i risultati finali saranno comunque conformati a quella visione del mondo, in quanto essa condiziona la nostra percezione e il nostro ragionamento.” Per far fronte alla complessità con cui si profila la conoscenza dell’ambiente occorre quindi una nuova ‘ecologia delle idee’, in grado di configurare il cosiddetto paradigma ecologico. Assunto fondamentale divengono allora le relazioni ecologiche in una concezione coevolutiva dove gli organismi e l’ambiente non sono entità separate, ma co-produttive. Tutto è interconnesso. L’idea di natura non è mai neutra in quanto disegna una precisa mappa di possibilità di azioni, una mappa che svolge la funzione di autorizzare certi percorsi sul territorio rendendone impraticabili altri.

Nel contesto dell’ecologia profonda, l’idea che i valori sono insiti in tutto ciò che è parte vivente della Natura, ha le sue basi nell’esperienza ecologica profonda che la natura e l’io sono una cosa sola. Questa dilatazione totale dell’Io fino all’identificazione con la natura è il fondamento dell’ecologia profonda. Ne consegue che il rapporto fra una percezione ecologica del mondo e un comportamento corrispondente non è un rapporto logico ma psicologico. Dal fatto che siamo parte integrante della trama della vita, la logica non ci conduce a delle regole che ci dicano come dovremmo vivere. Tuttavia, se abbiamo la consapevolezza ecologica profonda, o l’esperienza, di far parte della trama della vita, allora saremo naturalmente inclini ad aver rispetto per tutto ciò che è parte vivente della Natura.

Scrive Capra: “In definitiva, la consapevolezza ecologica profonda è una consapevolezza spirituale o religiosa. Quando il concetto dello spirito umano viene inteso come la forma di coscienza in cui l’individuo prova un senso di appartenenza, di rapporto di connessione con l’intero cosmo, diventa chiaro che la consapevolezza ecologica è spirituale nella sua essenza più profonda.” Il paradigma antropocentrico lascia il posto ad un paradigma ecocentrico del quale la visione unitaria costituisce il nucleo.

Secondo questa prospettiva, solo da un sentimento di unione e da un senso di reciproca appartenenza e interdipendenza si può fare derivare la possibilità di un’armonia tra tutti gli esseri viventi e il loro ambiente, di una pace autentica e duratura tra tutti i popoli e tutte le genti.

Il senso e l’esperienza dell’appartenenza e dell’unione è qualcosa che si costruisce nel tempo ma le cui basi vengono poste nei primi anni di vita del bambino. L’ecologia profonda nasce prima sul piano dell’anima, del sentimento, e solo successivamente si trasferisce anche sul piano delle idee. Il bambino piccolo deve quindi avere innanzitutto la possibilità di vivere l’esperienza della natura, di sentirla. In questa fase di sviluppo il bambino è per natura profondamente connesso con il proprio ambiente, si sviluppa e impara grazie all’interazione con l’ambiente. Nel bambino piccolo è sin dalla nascita nell’esperienza dell’ecologia profonda ma ne è del tutto inconsapevole. Solo preservando questo legame con la natura, coltivandolo negli anni, egli potrà avere la possibilità e il tempo di portarlo a piena coscienza, e divenire quindi una persona sensibile e responsabile del proprio ambiente di vita.

Qualunque paesaggio è uno stato d’animo.

(Henri Frederich Amiel)

 
 
 

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